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Dio e' un'esperienza?
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Dio e' un'esperienza?
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I. IL COGNITIVISMO E LE CREDENZE.
L’idea fondamentale del cognitivismo sta nella comparazione della cognizione con un programma di computazione come avviene in rapporto al computer. Attraverso il processo di entrata (input) di dati e di dati elaborati in uscita (output) noi possiamo capire i meccanismi della mente.
Per il cognitivismo noi dunque siamo come un computer. Abbiamo “immagini in testa” e le manipoliamo in ordine alla necessità di rispondere secondo le esigenze. Ora la domanda è semplice: Come mai abbiamo “rappresentazioni religiose” e da dove vengono tali rappresentazioni?
Dunque il cognitivismo intende studiare come si formano le “rappresentazioni religiose” nella nostra mente.
1. Le rappresentazioni religiose sono “semplici”.
Le rappresentazioni religiose - nonostante la dogmatica - sono semplici.
J. Barrett ha compiuto degli esperimenti facendo vedere come, anche nelle culture molto sviluppate teologicamente, quando si porta nella vita quotidiana la teologia, questa viene dimenticata e si vive della religiosità popolare e basta. Anche se i teologi discutono complesse idee ed elaborano teorie sul dogma ad esempio della Trinità, sulla natura divina e umana di Gesù Cristo, sul peccato originale in realtà le “rappresentazioni religiose” che poi hanno in testa sono molto più semplici di quanto ci immaginiamo. La differenza tra la teoria e la prassi è grande e occorre essere più concreti circa le idee religiose che abbiamo in testa. Le idee che abbiamo in testa per lo più sono quelle naturali: Dio esiste, è un essere che sa ogni cosa e che tuttavia ascolta le nostre preghiere; abbiamo bisogno di lui: lo invochiamo nelle necessità. Ci appare come un Padre che ci sta accanto e Egli che ha creato il mondo ci sta accanto come un Padre benevolo e ci aiuta nei pericoli. I cognitivisti ritengono che i teologi sono degli “specialisti” delle idee religiose, ma che tali idee sono “costruite” ma non hanno grande forza. I teologi sono come gli astronomi che fantasticano sulle galassie e sui corpi celesti, ma poi tacitamente trattano, ad esempio, il sole in modo comune come se si movesse intorno alla terra. Allo stesso modo i teologi sanno che Dio conosce ogni realtà e conosce il pensiero prima ancora che sia pensato, ma questo fatto non li esime dal pregare e dal ritenere che Dio “ascolta” le nostre preghiere.
Ora queste idee che stanno a fondamento di tutte le credenze non sono “teologiche”, ma hanno un impianto più profondo: hanno una base “biologica” o “fisiologica” legata al funzionamento dei nostri organi e in particolare del cervello.
Se non avessimo queste idee religiose “naturali” in testa saremmo “autistici” e incapaci di avere una “teoria della mente”.

2. “Dio è un’esperienza” a livello cognitivo.
L’esperienza religiosa ha una prima ampia presenza a livello cognitivo come processo di “antropomorfizzazione”. Immaginiamo Dio come un grande uomo che agisce nel mondo ed è causa di tutto ciò che avviene. Ci immaginiamo quasi “automaticamente” che Egli ha cura del mondo. Questa è un’idea forte, ineludibile. Noi attribuiamo una causalità (Agency) inconsciamente o anche consapevolmente a ogni evento del mondo. Noi non siamo in grado di pensare al mondo come frutto del caso - come voleva l fisico J. Monod. Abbiamo i lobi frontali che ce lo impediscono. Il fatto che noi attribuiamo agli altri credenze, scopi desideri ecc. dipende dall’attività dei lobi frontali. Il fatto che siamo portati antropomorficamente - come ribadisce in particolare Guthrie - ad attribuire costantemente cause intenzionali e personificate al mondo - infatti la mente “crea significati” (the mind is meaning-maker) anche dove non ce ne sono - crea forte in noi l’idea dell’Agency, costituisce una vera introduzione e un tentativo di spiegazione dell’esperienza religiosa. Dunque si ha a che fare con qualcosa che lascia il segno. Infatti questa modalità appare essenziale in ogni vissuto religioso.
E già a questo livello la documentazione è notevole e incontrovertibile e parla in favore di un antepredicativo dell’esperienza religiosa. (Dio è un’esperienza è qualcosa di spontaneo e di innato). Si può osservare che l’esperienza religiosa nasce dalla capacità di “dare ordine” al mondo, dalla capacità di capire le intenzioni degli altri. E questo è un fenomeno potente e generale della nostra neo-corteccia. Noi abbiamo una strana capacità di capire le intenzioni, le strategie, il non detto degli altri. Siamo in grado di leggere nella mente degli altri. Questo meccanismo è originario ed esprime il concetto che i cognitivisti chiamano la “teoria della mente”. Secondo tale idea ogni mente è portata a trovare intenzionalità ovunque nel mondo, possiamo vedere processi cognitivi di induzione dell’esperienza religiosa che non si riducono immediatamente ai relativi significati storici e culturali. Possiamo in altre parole parlare di un processo cognitivo precedente e più originario rispetto al processo storico-culturale a cui poi inevitabilmente si congiunge. La credenza nelle realtà controintuitive - che sono quelle che chiamiamo religiose - non può essere spiegata funzionalmente. Si tratta infatti di un particolare modo di comportarsi del nostro cervello recente (neo-corteccia) secondo cui i nostri lobi frontali hanno un’abilità strana: quella di trovare sempre scopi intenzionali. La neo-corteccia trova una causa e un ordine in tutti i fenomeni: il cervello umano crea una continua rete di significati. In questo modo i cognitivisti e i neuroscienziati sono propensi ad ammettere una “conoscenza intuitiva” che si sviluppa a partire dalla neo-corteccia, la quale non è acquisita attraverso un insegnamento specifico, ma che nasce piuttosto da una competenza ereditata “geneticamente”, come hanno dimostrato in particolare Atran e Mithen. Ora un simile processo potrebbe essere considerato quel processo che sta all’origine del nascere dell’esperienza a livello cognitivo. Ci si avvicina così all’idea che “Dio è un’esperienza”. Nel suo aspetto più religioso, questa tesi potrebbe configurarsi come qualcosa di simile all’apriori religioso di R. OTTO oppure anche come la “filosofia perenne” di cui parlava A. HUXLEY. Sarebbero le idee religiose che sono comuni a tutti gli uomini e che rispecchiano la tradizione più antica. Io penso che ci siano molti buoni motivi per crederlo.
I lobi cerebrali frontali e prefrontali hanno funzioni cognitive esecutive, di progettazione, di orientare il comportamento permettendoci l’interazione con il mondo/ambiente. Questi lobi - secondo i neurofisiologi - sono andati via via crescendo di forma e di complessità connettiva attraverso lo sviluppo filogenetico e ontogenetico e ora sono deputati globalmente sia alle funzioni sociali e comunicative e sia al carattere quasi innato dell’esperienza cosiddetta ‘religiosa’, almeno in quanto esperienza dell’Agency. Dunque tutto nasce intorno a quest’idea di Agency, che non va confusa con una pura causalità fisico- strumentale (qualcosa come il martello che infrange il vetro di una finestra), ma con una vera intenzionalità umana, come un’idea primordiale che acquisiscono già i bambini di 6-8 mesi e che di recente è stata messo a fuoco, in particolare, da alcuni grandi studiosi, come Leslie, Baron-Cohen e Premack, i quali hanno fatto vari esperimenti sui bambini. Tale idea, che si potrebbe dire ‘innata’, viene identificata da molti neurobiologi come una movenza fondamentale legata alla nostra stessa possibilità di comunicare: sarebbe legata al “meccanismo della teoria della mente” e si esprimerebbe in una tendenza congenita che porta a scoprire dappertutto delle intenzionalità (il cosiddetto ‘intentionality detector’). Quando noi diciamo che esiste Dio e ci rivolgiamo a lui in preghiera noi attribuiamo la proprietà di possedere una mente. In questo quadro, noi siamo portati quasi geneticamente ad attribuire una causalità a tutto e rispetto a ogni possibile evento. “The mind - osserva Gazzaniga - is a hyperactive meaning-maker” e anche in mancanza di evidenze, la mente/cervello è pronta a postulare una causalità intenzionale (agency) mettendo insieme fatti indipendenti. Facendo fronte all’ambiguità del mondo, noi - osserva a sua volta Guthrie - siamo portati istintivamente a creare i disegni più significativi possibili. “Dio è presente nei nostri geni”.



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