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La Settima Notte
sala mostreCALCHI NOVATI DIPINGE LA POESIA DI LEOPARDI

Opere di: Calchi Novati
Testo di: Roberto Tagliaferri



Sala Mostre a ScipioneIn occasione del Secondo Centenario Leopardiano (1798-1998), la Giunta Nazionale Leopardiana si è rivolta al pittore milanese Ludovico Calchi Novati per celebrare l'evento con una mostra di pittura sui temi cari al poeta.
La mostra di Recanati portava il titolo "La settima notte", desunto dal "Dialogo tra fisico e metafisico" a proposito della relazione fra spirito poetico e spirito drammatico, intimamente congiunti in "un'esperienza assoluta, insostituibile, proiettata verso il silenzio".

Sala Mostre a ScipioneLa prima osservazione è circa la pertinenza di tale operazione, ovvero si tratta di riflettere per qual motivo la rievocazione del poeta non si è limitata al solito convegno di esperti che si alambiccano prosaicamente sui temi leopardiani, ma si è rivolta ad un pittore per un commento diverso. Forse sta maturando nella cultura un atteggiamento più consapevole della sterilità di interpretare i linguaggi simbolici con la razionalizzazione concettuale.
Come avvertiva già Schelling il mito non è allegorico, è tautogorico, si interpreta a partire da se stesso non da altro. L'arte si interpreta a partire da se stessa, altrimenti viene ridotta a razionalismo. Leopardi con la sua teoria del genio, con l'importanza attribuita alla scrittura sostiene che prima del nous viene la fusis, la materialità della vita per cui il principio di ogni conoscenza è estetico non teoretico. "la parola non è più la veste, dice M.A.Rigoni, ma la sostanza stessa del pensiero".
La distanza da B.Croce che separava poesia da filosofia è ormai abissale, il poeta è filosofo in quanto la sua attività è conoscenza, è pensiero, è "pietà dell'essere". Come mantenere questo pensiero più originario, più ampio, più arrischiato della ragione raziocinante, nel recinto semiogenetico del simbolismo estetico? Leggendo la poesia, direbbe G.Genette, dove si verifica una specie di abrasione del testo originale (ipotesto) per dar luogo ad un altro testo prodotto dal lettore (ipertesto). In alternativa alla lettura, si può intraprendere la via di trascrivere il testo poetico in un'altra forma estetica, per incrementare la potenza semantica del foglio originale.

Sala Mostre a ScipioneSala Mostre a ScipioneE' il tentativo di Calchi Novati, che si è cimentato nella performance ardita di ridire in modo inedito la poesia di Leopardi. Diventa a questo punto affascinante vedere al lavoro due forme simboliche, che si intrigano a vicenda e allargano gli orizzonti interpretativi senza cadere nell'inveterato vezzo della critica che parla solo per correggere qualcun altro, senza lasciarsi andare alla disseminazione simbolica del rinvenimento creativo di nuovi sentieri.

Calchi Novati non si muove filologicamente, né presume di sintetizzare i grandi temi leopardiani, piuttosto tenta di penetrare lo spirito di Leopardi, il suo modo di sentire il mondo, la vita. Si potrebbe dire che il pittore parte dalla percezione del mondo di Leopardi quasi sottovalutando i contenuti e le circostanze occasionali che hanno prodotto i testi poetici. E' come un andare alla sorgente dell'ispirazione poetica e al meccanismo che preme urgentemente per portare in scrittura le sensazioni della vita.

Ne è sortita una mostra che è risonanza a cinque grandi provocazioni desunte da "Il sabato nel villaggio", "La ginestra", "L'infinito", "I frammenti", "Ultimo canto di Saffo". Il pittore va a cercare la metafora visiva, meglio ancora la poesia intesa da Leopardi come vedere, come "colpo d'occhio", dove s'intrecciano poesia e senso desolante della vita. Gli interpreti e i critici si sono a lungo soffermati sul "pessimismo" leopardiano, oggi si tende a leggere Leopardi come l'interprete più maturo della modernità nichilista, facendone di volta in volta l'epigono del materialismo ateo, eversivo e rivoluzionario (C.Leporini, W.Binni, T.Negri), del nichilismo contro ogni finalismo e razionalismo tecnologico dell'Occidente (E.Severino). Nel tentativo di svincolare il poeta dal razionalismo storicistico, si cade nella deformazione violenta in senso nichilistico con evidenti forzature ideologiche. L'operazione interpretativa e creativa di Calchi Novati è di collocare rispettosamente il poeta in quel "passaggio dallo stato antico al moderno" del 1819, in quella "mutazione totale", che produce nel settembre "L'infinito", fondamento archetipico della grande poesia leopardiana.

Calchi Novati
Calchi Novati
Calchi Novati

Si legge nello Zibaldone: "Allo sviluppo ed esercizio della immaginazione è necessaria la felicità o abituale o presente e momentanea; del sentimento, la sventura. Esempio me stesso: e il mio passaggio dalla facoltà immaginativa, alla sensitiva, essendo in me quella presso ch'estinta" (Z, 703). Il fallimento educativo del padre Monaldo, che aveva sacrificato salute e vitalità del figlio per la ricostruzione del modello di nobiltà di antico regime fondato sull'asse religione-ragione, ha prodotto un mostro di lucidità nel rinvenimento dei fatali errori di un'esistenza dolorosa, illusoria, senza speraza, neppure nei poteri creativi dell'immaginazione. E' questa straordinaria lucidità sulla natura matrigna, che smaschera ogni teleologia e ogni promessa di felicità, gettando l'uomo in un'autocomprensione tragica, senza soluzione, totalmente arrischiata sul nulla. E' qui che non bisogna lasciarsi ingannare ideologicamente, come se la percezione della sospensione dell'uomo sul nulla, "sul suo filo di ragno", come direbbe Ungaretti, fosse una soluzione alternativa alla vita. La grande poesia di Leopardi nasce proprio dalla irrisolvibilità di questo scarto, di questo gap che sta all'origine di ogni pensiero e sentire simbolico.
Bisogna rompere il sogno di Monaldo per attingere alla verità del mondo spezzato, della vita come finitezza. L'arte diventa una specie di decreazione, di defamiliarizzazione del mondo ordinario con le sue illusioni per accedere al segreto del mondo che nella quotidianità di un ermo colle e di una siepe scatena nell'anima la percezione dell'infinito che sempre si sottrae e si nasconde. Su questo processo s'inserisce la creatività di Calchi Novati, che condivide con Leopardi il gioco estetico di simbolizzazione del mondo. Il simbolo mette insieme realtà di diverso ordine per sconnetterli sistematicamente in un continuo succedersi di "equilibrio e lacerazione".

Calchi Novati
Calchi Novati
Scrive C.Cerritelli di Calchi Novati: "La delimitazione delle forme oscilla tra senso costruttivo e disarticolazione tra elementi di sutura e situazioni di strappo, con un meccanismo compositivo che non risolve mai l'immagine in un senso ma tiene aperta una duplice possibilità: la lacerazione e l'equilibrio". Si potrebbe forse dire che la pittura di Calchi Novati si colloca in quella fessura, in quella slabbratura dei bordi delle realtà simboliche confliggenti. Tenta di mettere a tema lo stesso meccanismo della semiogenesi simbolica, capace di disseminare nuovi significati proprio perché il gap tra le due realtà che il simbolo connette è insaturabile e diventa silenzio, vuoto, grembo creativo in cui si genera la verità nomadica mai detta una volta per tutte.
Scrive ancora Cerritelli: "La tendenza a risolvere la luce in minimi passaggi tra il nero, il grigio e il bianco, con un senso di rottura della superficie, che subisce in silenzio alcuni traumi, lievi sconnessioni e leggeri sfasamenti delle forme. E' un silenzio inteso come metafora del vuoto e dell'assenza, una sensazione di annullamento che accompagna anche le composizioni giocate sul rosso". Il silenzio, metafora del vuoto e dell'assenza, è tentativo di abitare il non-essere, che non si contrappone dialetticamente all'essere come negazione, come pessimismo esistenziale, ma come scarto simbolico sull'Altro che si sottrae nella sua indeducibilità e nel suo mistero che fa vacillare. Sarebbe imperdonabile vedere nell'estetica di Calchi Novati una qualche ombra di pessimismo; i fondali neri, che caratterizzano così marcatamente la sua opera, non sono luttuosi o umbratili, allusivi di naufragi annunciati o già consumati. Il nero è la stessa luce che guardata in se stessa abbacina la vista; è la verità guardata senza schermo, è la fissazione dell'occhio nel meccanismo veritativo dell'uomo, in quella crepa del simbolico priva di denotazione, senza titolo, che tuttavia connota il tutto e quindi si trattiene e non si lascia vedere se non in qualche riverbero di mondo.
Calchi Novati
Calchi Novati

Fare arte significa allora per Calchi Novati cercare e trovare dei varchi per dire l'indicibile, per procedere nel mondo dei significati rimanendo sulla soglia. Gli indugi di colore come fili sottili o come screpolature sulla tavola sono i varchi, sono le crepe, sono l'estremo tentativo del linguaggio di segnalare la tensione operata dall'Altro, dal Mistero. La stessa dinamica è rinvenibile ne "L'infinito" di Leopardi, laddove l'esperienza del dolce naufragio negli infiniti silenzi e nella profondissima quiete è possibile per quell'ermo colle e per quella siepe che frappongono resistenza ottica. La crisi nichilistica di fronte alla religione tradizionale non è risolta una volta per tutte perché sempre e comunque la finitezza, se non rimanda più finalisticamente a un infinito logico, è ingaggiata dai sovrumani silenzi e dalla profondissima quiete dell'oltre la collina che si stemperano nella sensibilità. Si potrebbe dire che la nuda finitezza, mentre denuncia le illusioni di un mondo ben ordinato e compaginato, diventa essa stessa trasalimento poetico di un silenzio su cui nessuno può mettere le mani e trarne le conseguenze rassicuranti o negativamente concluse.
Quel silenzio traumatizza e diventa nuova tonalità affettiva, che sostituisce "lo stato soave" illusorio di un sabato senza domenica, con la malinconia, inchiodata alla kenosi della vita, della libertà che sta di fronte alla propria morte. Un nuovo Sacro s'impone alla coscienza, non più il rassicurante inganno di una natura che non si accetta per quella che è, ma un disincanto di fronte alla possibilità di essere spettatori della propria debolezza tentata continuamente fra il cinismo di rubare una qualsiasi illusione come la giovinezza e il coraggio di affrontarla liberamente e a muso duro.

La tecnica pittorica adottata da Calchi Novati per "L'infinito" è giocata prevalentemente sul colore, sul nero e sulle vibrazioni del nero con la luce della grigia naturalezza della tela. Il mistico sprofondarsi nell'assolutezza del tutto per non uccidere i sensi e per non produrre un encefalogramma piatto esprimibile solo con un monocromo senza sussulti e quindi incomunicabile agli altri, deve trovare una qualche forma simbolica, che nel caso in esame consiste nel tenue differenziale tra luce e tenebra. L'arte si misura sempre coll'inesprimibile, col Mistero, col si deve tacere su ciò di cui non si può parlare, ma che pure esercita una pressione sulla coscienza fino a produrre uno scoppio parossistico nell'atto creativo. La pittura si fa astratta, emozionale, gestuale, materica con graffiti, tagli, incisioni.
Lo scambio tra pittore e poeta nell'opera archetipica si definisce ulteriormente nei temi dedicati alla "Caduta della luna" tratti da "Frammenti". La caduta della luna produce lo stupore di assistere alla conseguenza dell'incendio del prato. La vertigine di fronte ad un evento finale, alla perdita irreparabile di un ordine cosmico, è tragedia espressa dalle linee infrante su un fondale quasi anemico, ma non è evento concluso e definitivo. L'alone che la caduta della luna lascia in cielo è ombra di altro al di là della luna.
Schifano
Sovviene il dialogo tra la volpe e il piccolo principe di Saint-Exupéry quando il Piccolo principe domanda alla volpe che cosa ci guadagna dal suo addomesticamento, dal momento che il distacco è imminente. La volpe risponde: "Ci guadagno il colore del grano". Il grano che alla volpe non serve per nutrirsi ma che ricorda i capelli color dell'oro del Principe. Il grano metafora simbolica dell'assente, che diventa presente. L'alone, il vuoto della luna, assenza che dà il presentimento dell'altro che non c'è. Nessuna speranza illusoria, nessun conforto, ma divieto di disperazione, inibizione di una risposta che non ci compete.

Così i temi de "La ginestra" sembrano antitetici "odorata ginestra" e "impietrata lava" del Vesevo, ma sono lo scontro irrisolto e irrisolvibile di vita e morte, di delicatezza e colore di fiore e di durezza nera di pietra lavica. Sono i termini dello scambio simbolico dove l'ambiguità dello scontro tra le parole produce il pensiero che non si risolve mai nella definizione chiara e distinta di una verità definitiva. Quando il nero della tela sembra prevalere e decretare la vittoria della morte sulla vita, ecco apparire violentemente il giallo della ginestra. A volte l'epifania della vita sembra fuori tempo massimo, a cavallo coi bordi della tela. E' apparizione violenta nei tratti marcati e nei colori vividi, ma non è a sua volta vittoria definitiva della vita.

E l'ambiguità irrisolta della vita e della morte permane. Allora a che serve riprodurre continuamente questo scarto irrisolto, non è forse il riprodursi dell'eterno ritorno del non senso senza possibilità di venirne a capo? No, sembrano dirci Leopardi e Calchi Novati; la lotta, l'esporsi arrischiato della libertà sul ciglio della nostra finitezza bastano per non vergognarsi di essere uomini.


Roberto Tagliaferri
Scipione Castello, 56
Salsomaggiore Terme (PR)


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