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Rileggendo la SC

RILEGGIENDO LA SC: LE INTENZIONALITA’, LE DOMANDE A CUI RISPONDE NELLA GLOBALITA’ DEL MAGISTERO CONCILIARE

Sommario
La riforma conciliare del Vaticano II ha avuto in Sacrosanctum Concilium l’ispirazione di fondo quasi che il rinnovamento ecclesiale fosse stato strategicamente legato dai Padri conciliari al rinnovamento della liturgia. Le grandi svolte pastorali riguardanti la corresponsabilità ecclesiale di tutto il  Popolo di Dio, la missione della Chiesa nel mondo, l’ecumenismo, il dialogo con le altre religioni, la libertà religiosa trovavano nel testo sulla liturgia la loro fonte teologica e spirituale. E’ rimasta in sospeso la nuova questione liturgica riguardante la tipica mediazione rituale della liturgia, non già perché il Concilio l’abbia penalizzata, ma perché una certa mentalità secolarizzata nella Chiesa non era più in grado di comprendere il valore fontale della liturgia in ordine all’esperienza di fede. La riforma della Chiesa voluta dal Concilio è in parte mancata ed è urgente riprendere i fili del progetto conciliare riproponendo la questione liturgica


La rilettura di SC qui proposta tenta di collocare il documento nel quadro del Concilio per verificare la sua posizione strategica. L’approccio si raccomanda perché, a oltre trent’anni, dalla promulgazione della Costituzione SC rimane impregiudicata  la questione liturgica, che il Movimento liturgico aveva fatto esplodere nella coscienza della Chiesa. Il Vaticano II ha rappresentato una prima formidabile sintesi delle istanze del Movimento liturgico, ma, allorquando sembrava che la riforma penetrasse nell’animo della Chiesa a vivificarne il mistero,  è riesplosa una questione liturgica con caratteri diversi e ancor più problematici rispetto alla prima stagione. Si potrebbe chiamare la questione dell’atto liturgico. Un ritorno al testo e al contesto conciliare per una più matura riflessione della posta in gioco può soccorrere nel dipanare la matassa ingarbugliata di una riforma mancata oppure tradita nel post-concilio. Molti passi avanti si son visti e sarebbe piuttosto ingenuo pretendere un repentino sovvertimento della mentalità nel volgere di pochi decenni, tuttavia non bisogna neppure far finta di non vedere quello che una nota della commissione episcopale per la liturgia della CEI a venticinque anni dalla SC ha avuto il coraggio di denunciare come “una riforma da completare”.
Il nocciolo della questione, oggi come trent’anni fa, sta in questi termini: qual’è il posto della liturgia nella vita della Chiesa intesa come mistero e sacramento dell’unità con Dio e di tutto il genere umano? Se la Chiesa intende proporsi all’uomo del terzo millennio, come farlo? In quali vesti? Come ingaggiare un dialogo? Su quale terreno? Giovanni XXIII nella sua prima enciclica Ad Petri cathedram del 29 giugno 1959 scriveva: “Il fine principale del Concilio consisterà nel promuovere lo sviluppo della fede cattolica, il rinnovamento morale della vita cristiana dei fedeli, l’adattamento della disciplina ecclesiastica alle necessità ed ai metodi del nostro tempo”. Il Concilio doveva essere pastorale non dogmatico, come il Papa sottolineava nel discorso d’apertura dell’11 ottobre 1962: “Il punctum saliens di questo Concilio non è dunque una discussione su di un articolo o dell’altro della dottrina fondamentale della Chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei Padri e dei teologi antichi e moderni... E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo... Si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose, che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale”.
Questo testo è capitale per intendere il Vaticano II e per sondare il carattere strategico di SC nell’attuazione di tale programma pastorale. Nessun Concilio ha mai messo all’ordine del giorno un intero documento sulla liturgia. Nelle osservazioni pervenute alla Santa Sede nella fase atepreparatoria molti quesiti si riferivano alla liturgia e da molte parti se ne invocava una riforma. Le istanze del Movimento liturgico, raccolte e ratificate dalla Mediator Dei del  1947, erano maturate nella sensibilità ecclesiale. Quello che doveva accadere nell’assise conciliare tuttavia sarebbe andato al di là delle premesse, diventando l’inizio di un aggiornamento ecclesiale ancora in atto.
Tenteremo di dipanare questa svolta toccando due punti caldi di SC: liturgia semper reformanda e l’atto di culto.

1. Liturgia semper reformanda
Dietro questo adagio, a nostro parere, c’è l’ispirazione di fondo dell’evento conciliare e si riferisce tanto alla liturgia quanto alla Chiesa. Paolo VI nel discorso d’apertura del secondo periodo conciliare parla di “principalissimo scopo di questo Concilio; quello, come si dice, del rinnovamento della santa Chiesa”. Vi sono stati molti rilevanti risultati nel Vaticano II, tuttavia la svolta radicale che ha prodotto una vera e propria rivoluzione di paradigma ecclesiale è stato il coraggio da parte di un’istituzione di autoriformarsi dando spazio al carisma dello Spirito. Si sa dalla sociologia quanto difficilmente un’istituzione si riforma, essa tende sempre alla conservazione degli equilibri. In questa volontà di rinnovamento sta la novità del Vaticano II.

Le quattro costituzioni formano, per così dire, il quadrilatero dell’architettura conciliare. Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes riguardano la liturgia, la parola di Dio, la Chiesa e il mondo. Si trattava di mettere in relazione questi quattro elementi base, di farli interagire per produrre una scossa salutare nella Chiesa. La liturgia ha scandito il ritmo di questo rinnovamento. Infatti  Papa Giovanni XXIII aveva messo la riforma liturgica al primo posto nei lavori conciliari non per una semplice occasionale coincidenza ma perché in essa venivano sintetizzati, anticipati, rilanciati tutti i grandi temi successivi. A dire il vero Papa Giovanni non sapeva  a che cosa andava incontro, pensava che i lavori sarebbero stati brevi, tuttavia non gli si può negare il disegno di legare in prima istanza alla liturgia il rinnovamento pastorale della Chiesa. La liturgia era il banco di prova della capacità del Concilio di muoversi con quel nuovo metodo di “teologia concreta e storica”, salutato dall’osservatore delegato Dott. Skydsgaard il 17 ottobre 1963 come una svolta per tutta la Chiesa e ratificato da Paolo VI nel discorso di risposta il giorno dopo.

La liturgia, che all’interno di una visione statica della Chiesa rappresentava l’elemento di maggiore rigidità per l’inviolabilità soprannaturale dei suoi riti sempre identici fin nella questione insostenibile dell’uso liturgico della lingua latina, proprio la liturgia diventava il volano di un’ecclesiologia dinamica, centrata sulla Trinità, comunionale, in dialogo col mondo moderno, con le altre confessioni cristiane, con le religioni, cogli atei, con le culture. La profonda corrispondenza tra liturgia ed ecclesiologia, è il motivo conduttore di SC, espressa chiaramente già dal n.2 e sintetizzata nella felice formula: “Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10).

Il peso di SC sull’intero esito del Concilio è innegabile; cito solo due fatti. Il primo riguarda la velocità di approvazione dello schema liturgico rispetto agli altri schemi, emendati, rimandati in commissione, talvolta abbandonati. L’alto grado di maturità di questo documento è stato una sorpresa per gli stessi Vescovi, che lo hanno accolto e approvato con entusiasmo, ed è diventato il punto di riferimento, la “nuova scienza teologica normale” allorquando si trattava di baipassare le cadute di tono e le paure di alcuni settori episcopali intimoriti dal coraggio e dalle novità del Concilio. Non si poteva contraddire ciò che era stato approvato in SC, sarebbe stato una mancanza di fede nell’azione dello Spirito Santo. Così SC è diventato alla fine il boccone amaro trangugiato da molti presuli, specialmente della curia romana, che hanno dovuto mantenere la coerenza dei principi teologico-pastorali della riforma liturgica fino all’approvazione contrastata del documento sulla libertà religiosa. Il secondo fatto, conseguenza del primo, si riferisce alle violente e traumatiche reazioni di alcuni settori ecclesiali, che, per rigettare il progetto ecclesiale del Concilio, hanno gridato al tradimento della sana tradizione perpetrato a loro dire proprio dalla liturgia. La riforma liturgica sarebbe stato la matrice di tutti i guai del post-concilio. Al di là del giudizio di merito sui guai prodotti dal Concilio, avvertivano con lucidità la connessione tra riforma liturgica e riforma della Chiesa.

Possiamo ripercorrere le intime connessioni tra SC e riforma ecclesiale, almeno in alcuni tratti salienti, per avere la visione plastica del principio secondo cui la liturgia è epifania della Chiesa “semper reformanda”.

 

1.1. La liturgia come la Chiesa sono sacramento, che rendono presente il mistero pasquale.
Per sacramento s’intende la dinamica “umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, ardente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina” (SC 2). Questa dialettica sacramentale condivisa dalla liturgia e dalla Chiesa sta all’origine della corrente riformatrice e modifica nel profondo il Cristianesimo tradizionale rilanciando il principio dell’Incarnazione. Nella dinamica teandrica la mondanità non è rigettata ma assunta come parte integrante del mistero, cosicché viene rivisitato il rapporto con le scienze, la politica, la cultura, la famiglia, l’educazione, l’economia, ecc. La sacramentalità della liturgia e della Chiesa istituisce quello scambio simbolico in cui non c’è sovrapposizione o confusione tra Chiesa e mondo, ma  nell’autonomia delle realtà create può stabilirsi quello scarto kenotico, quel surplus che è la dimensione religiosa. La Chiesa rinuncia a gestire direttamente il mondo, si sente parte integrante di questo mondo, lotta con tutti gli uomini di buona volontà perché si affranchi dal male e ribadisce la sua vocazione religiosa di segno della presenza di Dio nel mondo (AGD 15). L’assunzione della carne da parte del Verbo identifica quel concetto di pastoralità, che fin dall’inizio ha connotato il Vaticano II. Pastorale diventa un metodo di studio e un modo per qualificare l’evangelizzazione, dove convergono le ragioni dottrinali, le esperienze vitali e le scienze umane (Nota previa di GS). La visibilità del sacramento che cosa rende presente? SC risponde in un quadro trinitario: la liturgia rende presente il mistero pasquale. Essa è storia della salvezza in atto perché è memoriale del mistero pasquale di Cristo, che si offre al Padre nell’amore dello Spirito Santo per operare la redenzione umana e la perfetta glorificazione di Dio (SC 5-6). La Chiesa è mistero (LG 1s.; GS 40), che sgorga dal costato di Cristo (SC 5), in dialogo salvifico col Padre (LG 2) e santificata dallo Spirito Santo (LG 4). La concentrazione cristologica di SC attorno al mistero pasquale sottoloinea la theologia Crucis, che appoggia una pastorale “debole” nel senso del servizio anziché del potere  (LG n.32). 

1.2. La liturgia come la Chiesa sono in tensione escatologica.
La tensione escatologica esprime il frammezzo  tra il già e il non ancora. L’eucaristia in sommo grado anticipa il banchetto escatologico della Gerusalemme celeste (SC 8), ma non determina uno stato permanente, è un’anticipazione fragile del Regno. La Chiesa è essa stessa in posizione viatrice; è santa e peccatrice, anticipa ma non esaurisce il Regno. Su questo fronte il Concilio si spinge oltre in atteggiamento ecumenico, quando afferma che l’unica Chiesa  voluta da Cristo e affidata agli apostoli, “in questo mondo costituita e organizzata come società, subsistit in Ecclesia catholica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo visibile si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che quali doni propri della chiesa di Cristo, spingono verso l’unità della Chiesa cattolica” (LG 8). Il valore teologico-pastorale di questo testo è inaudito e gravido di conseguenze inimmaginabili alla vigilia dell’assise conciliare: la Chiesa di Cristo è più ampia della chiesa cattolico-romana, dunque sono parte dell’unità della Chiesa le altre confessioni cristiane, le religioni e tutti gli uomini di buona volontà che cercano Dio con cuore sincero, come dice la liturgia; i beni che la Chiesa persegue, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, sono anticipazioni imperfette e non definitive del Regno (GS 39); non si può ridurre la verità escatologica in senso diacronico e la verità universale in senso sincronico con la verità della Chiesa di Roma. La Chiesa non è societas perfecta; essa tende alla pienezza della verità (DV 8) e deve insegnare la verità che è Cristo (DH 14), deve cioè insegnare la verità che non gli appartiene al modo del possesso. Su questo punto preciso la sintonia con la modernità, che si è costituita sull’impossibilità di possedere e manipolare la verità, risulta totale, al punto che qualcuno ripercorre le tappe di nascita della modernità come frutto maturo del cristianesimo[1]. La liturgia come la Chiesa risultano essere sempre in situazione di riforma esattamente perché sono in tensione escatologica.

1.3. La liturgia come la Chiesa sono una realtà di Popolo.
La liturgia è etimologicamente azione corale del Popolo di Dio. L’uso di questo termine, abbastanza raro nella tradizione teologica, è la chiara testimonianza del programma di riforma del Vaticano II: “La madre chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche” (SC 14). La ragione sta nella natura stessa della liturgia e nella vocazione del Popolo di Dio (SC 14). SC declericalizza la liturgia in una visione del sacerdozio comune dei fedeli. “Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale (SC 7).  Il sacerdozio comune dei fedeli appoggia un’ecclesiologia del Popolo di Dio, che allontana la tradizione gerarcologica piramidale (LG 34). I cristiani in forza del loro battesimo “vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo” (LG 10). Questa nuova visione fonda l’ecclesiologia di comunione (LG 13), il valore del laicato (LG 30-38), la corresponsabilità ecclesiale, la libertà di scelta dei fedeli nelle realtà terrene (GS 74), lo scambio dei carismi e dei ministeri, il dialogo con l’intera famiglia umana (GS 3; 92).

1.4. La liturgia come la chiesa sono vivificate dalla parola di Dio.
La riforma liturgica è passata attraverso la riscoperta della parola di Dio, la quale “ha un’importanza estrema perché da essa prendono significato le azioni e i simboli liturgici” (SC 24). E’ uno dei pilastri del quadrilatero per la strategia conciliare. La chiesa non può fare a meno della parola di Dio, deve nutrirsene perché è la regola suprema della propria fede (DV 21), specialmente quando è proclamata nell’assemblea liturgica (DV 25). Il ruolo decisivo della Parola, fatto emergere fin dall’inizio da SC, è stato talmente enfatizzato nella sua efficacia sacramentale, che qualcuno, educato nella polemica antiprotestante, ha parlato di protestantizzazione del cattolicesimo, oppure con più garbo, di ottavo sacramento. Sta di fatto che familiarità con la Bibbia  è stato uno dei fattori fondamentali per la fuoruscita dal rigido dogmatismo neotomista e per il rinnovamento spirituale, teologico e pastorale della chiesa.

1.5. La  liturgia come la chiesa sono missionarie.
La missionarietà della liturgia non è solo legata al congedo nel finale di ogni celebrazione, che impegna i fedeli alla testimonianza nel mondo. Vi è un aspetto missionario assai meno ovvio, che interpreta la missione della chiesa in modo nuovo. Mi riferisco al piano di riforma che intacca il monolitismo liturgico tradizionale e che persegue l’adattamente all’indole e alle tradizioni dei vari popoli (SC 37-39). Forse qui assistiamo allo sforzo più avanzato in assoluto del Concilio perché riguarda la possibilità di inculturazione della fede, come aveva già intuito Giovanni XXIII nel discorso d’apertura: “Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”. Il rapporto con la cultura e con le culture è talmente intrinseco al messaggio cristiano che non vi può essere separazione; cosicché il dialogo non è solo univoco nel porgere il Vangelo ma implica il ricevere. Si potrebbe parlare qui di nucleo incandescente della riforma conciliare perché avviene il passaggio da un cristianesimo dell’identità ad un cristianesimo della differenza. Gaudium et Spes applica con coerenza questo nuovo modo di porsi quando afferma che la Chiesa dà e riceve: “Come è importante per il mondo che esso riconosca la chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano. L’esperienza dei secoli passati, il progresso delle scienze, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si  svela più appieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la chiesa. Essa, infatti, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cioè, di adattare, quanto conveniva, il vangelo, sia alla capacità di tutti sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione” (GS 44).

Il Concilio intende la riforma della chiesa come adeguamento alle culture perché l’Incarnazione è la legge di ogni evangelizzazione. Rimanere pietrificati su una mediazione storica unica significa alla fine tradire il Vangelo. Il quarto pilastro della riforma, cioè la missione intesa come esposizione dell’identità della chiesa alla differenza del mondo per dare e per ricevere, rappresenta dunque un vero trapasso epocale nella storia della chiesa. La chiesa ha imparato a caro prezzo il rispetto delle culture e il rispetto dell’altro, anche dell’ateo (GS 21), perché ha imparato che non è la detentrice della verità finale mentre è pellegrina nel mondo e che tutti gli uomini sono portatori di un frammento di verità e di bene.

Dai rapidi cenni suggeriti mi pare confermato che il programma di riforma conciliare corre sul filo della riforma liturgica, che ha orchestrato le grandi svolte del Concilio senza protagonismi ma come un inconscio collettivo reso creativo dallo Spirito. La liturgia guida la stagione di una chiesa sempre in ascolto, non irrigidita sulle sue certezze ma sottomessa al Vangelo, tesa a catturare le vibrazioni della storia e del cosmo, non più a disagio rispetto ai cambiamenti, ma vigilante e pronta a salire sull’onda della creazione di nuovi  mondi possibili nel gioco della libertà, della fiducia e del dialogo con tutti gli uomini. Per questo la liturgia è l’azione strategica della chiesa nella sua vocazione religiosa. Come recita SC 7: “Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado”.

2. L’atto di culto e la nuova questione liturgica
Nel quadro positivo illustrato precedentemente manca un particolare, che si rivela un paradosso scatenante quel che abbiamo chiamato la nuova questione liturgica. Il paradosso consiste in questo: tutto funziona finché la liturgia rappresenta sulla carta il principio ermeneutico del rinnovamento ecclesiale centrato sul mistero pasquale. Quando si tratta di passare dalla liturgia parlata alla liturgia celebrata qui accade un corto circuito perché il popolo di Dio compresa la gerarchia scommette il minimo indispensabile sul versante celebrativo. Vi sono ampie dichiarazione d’intenti sull’importanza della liturgia ma la pastorale è giocata nel post-concilio su altri tavoli, come la catechesi, la testimonianza della carità, la responsabilità nelle realtà create (politica, bioetica, giustizia, pace). La pietra d’inciampo sta nella natura rituale della liturgia, che singolarmente associa credenti e non credenti nella sua scarsa considerazione. Dire che è solo un rito significa, nella metaforizzazione del linguaggio comune, stabilire il grado di inconsistenza di una data realtà. Se si vuol irridere la fede basta affermare che si riduce a rito e se si ha la fede bisogna operare dei contorcimenti per ridurlo a qualcosa d’altro o per neutralizzarlo nella sua sua formalità vuota. Un’analisi più accurata opererebbe oggi dei distinguo: per esempio vi è un mondo post-moderno che ha in grande considerazione i linguaggi simbolici del rito; vi è anche un mondo cattolico secolarizzato, che ha abbandonato la fiducia nell’istituzione ecclesiastica e che invece continua a chiedere i sacramenti non solo per ragioni sociologiche. Non è il momento per soffermarci su questi considerazioni che pure ritengo importanti. Mi preme reinterrogare il Concilio sulla questione rituale per non smarrire l’ispirazione profonda del suo progetto pastorale.

E’ indubbio che SC abbia voluto strappare la liturgia dal giuridicismo rubricistico e che abbia tentato di evitare anche i termini allusivi come appunto la parola rito. E’ altrettanto vero tuttavia che il Concilio ha inteso la liturgia nella sua mediazione propriamente rituale, se per rito si ricorre alla definizione antropologico-culturale o fenomenologico-religiosa e non giuridico-normativa. Per queste scienze umane il rito è un complesso fenomeno culturale religioso dove si addensano i significati più pregnanti di un gruppo sociale. E’ un linguaggio multimediale dove diversi codici concorrono alla simbolizzazione del mondo, cioè a immettere i fedeli nei significati primi ed ultimi della vita[2].

Il Concilio non ha inteso affatto deritualizzare la liturgia per sottrarla alle presunte pene di quella specifica mediazione, anzi ha completato il quadro rituale introducendo quegli elementi strutturali del rito, come la parola mitica, lo spazio sacro, il tempo festivo, la musica, l’architettura dell’edificio sacro, l’arte, il popolo partecipante, che nel corso dei secoli erano stati sviliti oppure disattesi, presenti ad sollemnitatem nella celebrazione a puro titolo decorativo. Secondo S.Tommaso gli elementi de necessitate nei sacramenti celebrati erano la materia la forma e il ministro deputato, il resto concorreva solo a nutrire nei fedeli sentimenti di devozione. Il Concilio ha inteso svolgere una riforma della liturgia in cui tutti gli caratteri fondamentali del rito fossero tenuti in debita considerazione[3]. In questo caso il Concilio si è rivelato più promettente delle stesse attese, che si sono concentrate nel post-concilio a realizzare i versanti etico-catechetici più che simbolico-rituali della mediazione della fede. R.Guardini, dalla sua posizione di grande maestro del Movimento liturgico anticipatore della stagione conciliare, aveva intuito questa deriva antiritualista e aveva messo in guardia dalle ingenuità della prima ora come se l’atto liturgico fosse cosa facile, rimediata con un altare girato o con una traduzione in volgare dei rituali o con un po’ di spiegazione illuministica dei nuovi riti. All’indomani della promulgazione di SC scriveva: “Come sappiamo, il lavoro liturgico è giunto ad un punto importante. Il concilio ha posto le basi per il futuro e il modo in cui ciò è attuato e la verità si è resa manifesta, rimarrà per sempre un classico esempio di come lo Spirito operi nella Chiesa. Ora si tratta di vedere in qual modo il lavoro debba essere iniziato, affinché la verità possa diventare realtà. Si presenterà naturalmente una gran quantità di problemi rituali e testuali e una lunga esperienza dice come sia possibile affrontarli in modo giusto e anche errato. Ma il problema principale mi sembra sia un altro, il problema cioè dell’atto di culto... Se le intenzioni del Concilio verranno poste in atto, si renderanno necessari un giusto insegnamento, ma soprattutto una autentica educazione e l’esercizio per imparare l’atto. Questo è oggi il compito: l’educazione liturgica. Se non viene iniziato, la riforma dei riti e dei testi non gioverà molto. Certamente costerà molto in pensiero e in esperimenti il portare l’uomo moderno a compiere anche realmente l’atto, senza cadere nel teatrale e nella vacua gesticolazione”[4].

Il giudizio di Guardini è preciso e pertinente: l’uomo moderno non è capace di atto liturgico; per questa azione non basta l’istruzione occorre l’educazione, anzi l’iniziazione, che al fondo non è altro che l’esercizio di quest’atto. Sembra una contraddizione in termini ma per molte altre azioni umane non c’è altra educazione che l’esercizio. Si può sapere tutto sull’automobile, ma si impara a guidare solo provando e riprovando. La vera difficoltà al fondo è che l’uomo moderno non ci prova perché non si sente gratificato dal rito; si trova meglio a far opere di carità o a gestire diversamente la spiritualità con metodi psicodinamici. Su questo crocevia sta la rivoluzione della riforma conciliare quando scommette sulla liturgia in forza della sua “inutilità”, della sua capacità simbolica di introdurre al cospetto dell’Altissimo con le mani vuote. La liturgia è poco amata perché non induce a far niente, smobilita anche nella  attitudine di fare il bene e chiede solo di fare spazio all’Altro, a Dio. Guardini per esprimere questo tratto caratteristico del rito affermava già nel 1919 in Lo spirito della liturgia che esso è come l’opera d’arte, è come un gioco davanti a Dio. La liturgia opera uno svuotamento kenotico delle nostre capacità di creare un mondo per farci apparire un altro mondo che non dipende da noi e che è diverso da noi. E’ tanto diverso da noi che potrebbe scandalizzarci, esattamente come si scandalizzavano al tempo di Gesù quando il Maestro perdonava i peccatori e strapazzava i farisei, quando dava la stessa paga agli operai della prima e dell’ultima ora, quando andava contro le leggi del Sabato e del digiuno. Il rito produce una attiva passività nel fedele, abilitandolo a guardare direttamente la luce senza farsi male se ha la pazienza di attendere e di accogliere l’ospite divino. E’ per questa ragione che il rito è il linguaggio per eccelleza dell’esperienza religiosa. Il Concilio aveva intuito che l’evento di salvezza accade ancora oggi nella modalità del rito, credeva di renderlo praticabile con l’invito alla attiva partecipazione di tutti, ma ha sottovalutato la difficoltà ad avere “competenza” rituale. Oggi si riconosce l’impasse e rimane pervasivo il retaggio di un cristianesimo che sogna una liberazione dai riti. Ritornare sul programma di riforma del Vaticano II non è solo l’occasione per riguadagnare lo spirito della liturgia di SC, ma per verificare la strategia globale della chiesa nel mondo contemporaneo, che sembra aver smarrito i linguaggi simbolici e con essi il proprio specifico religioso. A.Grillo in sintonia con questa disamina sostiene: “La mancanza della necessaria immediatezza dell’esperienza del culto è uno dei grandi problemi che attende la chiesa del terzo millennio”[5]. La liturgia non è tutto nella chiesa, ma non se ne può fare a meno se si vuole vivere la creatività dello Spirito. Questo è il principio pastorale del Vaticano II, che si può interpretare in senso minimalista con gli attuali esiti deludenti, che si può invece far esplodere nella sua consistenza simbolica come raro spazio concesso all’uomo per un’anticipazione fragile del Regno.



[1]Cusano, uno dei padri della modernità secondo H.Blumenberg, descrive l’uomo alla ricerca della verità “sicut canis venaticus in vestigiis”. G.BLUMENBERG, La legittimità dell’età moderna, Genova, Marietti, 1992, p.535.
[2]Cf. S.LANGER, Filosofia in una nuova chiave. Linguaggio, mito, rito e arte, Roma, Armando, 1972; C.GEERTZ, Interpretazione di culture, Bologna, Il Mulino, 1987; V.TURNER, Antropologia della performance, Bologna, Il Mulino, 1993.
[3]Cf. A.CATELLA-R.TAGLIAFERRI, Le domande e le intenzionalità cui risponde l’impianto di “Sacrosanctum Concilium”, “Rivista liturgica”, 77, n.2, 1990, pp.129-143.
[4]R.GUARDINI, Lettera su “l’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica” (1964), “Humanitas”, 20, 1965, pp.85, 88.
[5]A.GRILLO, La sapienza festiva, “Il Regno”, 41, n.4, 1996, p.120.



Nota bibliografica
A.CATELLA-R.TAGLIAFERRI, Le domande e le intenzionalità cui risponde l’impianto di “Sacrosanctum Concilium”, “Rivista liturgica”, 77, 1990, pp.129-143.
R.TAGLIAFERRI, Quale modello di pastorale liturgica emerge dal Concilio? Riflessione di “ermeneutica” conciliare, “Rivista liturgica”, 79, 1992, pp.25-38.
P.VISENTIN, Il Vaticano II: fatti e mete raggiunte, “Il Regno Attualità”, 41, n.4, 1996, pp.108-113.
A.CATELLA, Riforma liturgica: la recezione, “Il Regno Attualità”, 41, n.4, 1996, pp.113-117.
A.GRILLO, Riforma liturgica: la sapienza festiva, “Il Regno Attualità”, 41, n.4, 1996, pp.117120

L’autore
Tagliaferri Roberto è docente di teologia all’Università Cattolica di Milano, all’Istituto di teologia pastorale S.Giustina a Padova e all’Istituto Superiore di scienze religiose SS.Vitale e Agricola a Bologna. Si occupa di problemi epistemologici della liturgia e di fenomenologia del Sacro  ed è autore di numerosi saggi sulla mediazione rituale della fede. 

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