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La Liturgia del Sabato Santo

La liturgia del Sabato Santo è un tema poco sviluppato dalla letteratura teologico-liturgica, col pretesto che il secondo giorno del Triduo è a-liturgico, ovvero senza una ritualità specifica[1]. In questo breve intervento sosteniamo la fondamentale importanza del Sabato Santo per una corretta articolazione del Credo apostolico, che ha nel Vangelo della Croce il suo momento culminante, e per un allargamento dell’esperienza celebrativa alla ritualizzazione del silenzio. La Chiesa ha sempre avuto l’autocoscienza di scaturire dall’acqua e dal sangue del costato di Cristo, ovvero dal Battesimo e dall’Eucaristia. Mai la Chiesa si è scordata di celebrare l’Eucaristia nel Giorno del Signore per attivare la memoria del Signore Crocifisso e Risorto. Nella Cena pasquale la Chiesa è costantemente rimandata alla centralità del mistero pasquale, dove può misurare il grado di fedeltà alla missione di Gesù.

La liturgia del Sabato Santo è un tema poco sviluppato dalla letteratura teologico-liturgica, col pretesto che il secondo giorno del Triduo è a-liturgico, ovvero senza una ritualità specifica[1]. In questo breve intervento sosteniamo la fondamentale importanza del Sabato Santo per una corretta articolazione del Credo apostolico, che ha nel Vangelo della Croce il suo momento culminante, e per un allargamento dell’esperienza celebrativa alla ritualizzazione del silenzio. La Chiesa ha sempre avuto l’autocoscienza di scaturire dall’acqua e dal sangue del costato di Cristo, ovvero dal Battesimo e dall’Eucaristia. Mai la Chiesa si è scordata di celebrare l’Eucaristia nel Giorno del Signore per attivare la memoria del Signore Crocifisso e Risorto. Nella Cena pasquale la Chiesa è costantemente rimandata alla centralità del mistero pasquale, dove può misurare il grado di fedeltà alla missione di Gesù.

Se il riferimento eucaristico è stato costante nei secoli, diverse sono state le accentuazioni, legittimate d’altra parte dalla stessa Sacra Scrittura alle prese colla straordinaria ricchezza del mistero di Cristo. Così si è insistito a volte sull’adempimento della promessa, oppure sul mistero rivelato alle genti, oppure sul sacrificio di espiazione per il perdono dei peccati, oppure sull’ora della resa dello Spirito al Padre, oppure sulla radicale obbedienza alla volontà di Dio nella kenosi dell’incarnazione e della morte in croce. I molteplici versanti interpretativi creano una sinergia verso un momento sintetico dell’annuncio che il Crocifisso è stato risuscitato da Dio. Il gioco trinitario del kerygma pasquale, per cui è in forza dello Spirito Santo che il fedele riconosce Gesù come Cristo, il quale a sua volta rimanda al Padre come termine ultimo dell’atteggiamento di fede, rimane spesso occultato da una predicazione frettolosa, che risolve il mistero nella vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte senza un’adeguata considerazione della kenosi. La morte di Gesù sarebbe solo un piccolo incidente di percorso accettabile solo perché egli, in quanto Dio, sapeva della Risurrezione. Paradossalmente per il credente è più scandalosa l’umanità di Gesù che non la sua divinità. Ne sortiscono due derive pericolose: l’elusione della morte con la fine del tragico nel Cristianesimo e la sostituzione non consentita della religione del Figlio con la religione del Padre. Si consuma così la riduzione del rischio della fede di fronte ad un Dio che si sottrae con la certezza della vittoria. L’antico inganno del tentatore si ripresenta sotto le mentite spoglie della “fede certa” perché la “cosiddetta fede nella risurrezione” nasconde spesso il desiderio di rassicurazione dell’uomo. La finitezza non si arrende alla creaturalità mortale, che esigerebbe la consegna libera della propria vita al mistero; in nome di Dio si sostituisce a Dio per avere il controllo sull’esito felice della vicenda umana. Il primo Adamo non sopporta di non sapere come andrà a finire e, invece di affidarsi a Dio, preferisce dar credito ai sospetti del serpente e decide di fare coi ferri propri. Lo stesso meccanismo può replicarsi nella stessa fede. allorché non si accetta l’irrisolvibilità della morte e si mette in scena la risurrezione come rimedio o elusione della morte, con la variante della legittimazione di Dio. La risurrezione, che è la risposta di Dio al morire di Gesù, diventa possibilità dell’orizzonte umano, che in tal modo non vive più la figliolanza nel Figlio Gesù, ma anticipa in modo rassicurante la vittoria del Padre. Così la religione del Padre sostituisce la religione del Figlio, a cui nel Battesimo siamo singolarmente associati e la struttura trinitaria della fede si risolve in una Gesuologia manipolata dal desiderio dell’uomo di essere al sicuro senza sporgere sul rischio incontrollato di un Dio silenzioso.

Il Sabato Santo, con la discesa di Gesù negli inferi, è l’antidoto a questo scivolamento della fede cristiana. Ritengo che esso sia uno dei casi più interessanti di aggiustamento della lex orandi sulla lex credendi, dal momento che la riforma del Vaticano II ha preferito al Simbolo degli apostoli il Simbolo niceno-costantinopolitano. Esso omette la discesa agli inferi. Così sembra smarrirsi nella coscienza credente un articolo del Credo, che non riguarda solo le anime degli inferi prima dell’avvento del Messia, ma inerisce all’interpretazione più profonda del mistero pasquale. La liturgia del Sabato Santo sembra sopportare l’ingrato compito di tener desta l’attenzione su questo punto nevralgico della fede e sembra allargare i confini della celebrazione liturgica in una sorta di ritualizzazione del silenzio. 

1.     Il significato del Sabato Santo nella tradizione
Le fonti antiche sono piuttosto prudenti sulla discesa agli inferi di Cristo. Il Vangelo di Nicodemo (sec.IV-V) narra la discesa agli inferi di Gesù sul modello del Sal 24, come ingresso solenne a Gerusalemme dove il Messia celebra il suo trionfo. Così il Vangelo di Bartolomeo è sulla stessa linea con la variante della discesa di Gesù al momento della morte prima della sua deposizione dalla Croce. Celeberrima è invece l’Omelia del Sabato Santo (sec.IV), adottata dall’ufficiatura delle Ore, in cui si narra tipologicamente l’incontro negli inferi tra il primo Adamo e il secondo Adamo.
La Sacra Scrittura attesta la discesa agli inferi in diversi testi, come 1Pt 3,18-20:
Cristo è morto una volta per sempre per i peccatori, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito. E in spirito andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”.

Il tenore del testo insiste sulla solidarietà di Cristo coi peccatori in una prospettiva totale che abbraccia tutta la storia umana. Con terminologia tardo-giudaica si parla di “prigione”, dello Sheòl , del regno dei morti dove Cristo annuncia la salvezza agli spiriti del tempo passato, che potrebbero essere coloro che attendono il giudizio finale secondo la versione alessandrina e siriana, oppure gli angeli decaduti secondo il Libro di Enoch. La 1Pt sarebbe vicina a questa seconda versione per cui non vi sarebbe azione salvifica ma solo proclamazione del giudizio di condanna agli spiriti ribelli. Due sono le conclusioni: l’azione di Cristo abbraccia tutto il tempo e lo spazio; Cristo è il testimone fedele che attesta l’azione di Dio a tutti, anche ai nemici di Dio. Il tema teologico di fondo sottolinea la solidarietà di Gesù con la condizione umana fino nell’abisso del sepolcro. E’ su questa solidarietà che occorre indagare.

2.     La discesa agli Inferi come svuotamento e lontananza di Dio
Il dato storico dei Vangeli testimonia la sepoltura di Gesù, che non solo ha provato la morte ma anche lo stato di morte nei tre giorni prima della risurrezione. Ovviamente l’indicazione non è cronologica, indica piuttosto lo stare di Gesù nella morte. “Come Giona infatti stette per tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figlio dell’Uomo  starà tre giorni e tre notti nel seno della terra” (Mt 12,39-40). La discesa agli inferi significa che Gesù ha condiviso il nostro stesso destino di morte e di abbandono, senza nessun vantaggio derivato dalla sua figliolanza divina. L’inferno, lo Sheòl è la morte che inghiotte nel nulla la vita, è il luogo d’ombre dove non si loda Dio. “Per questo scendere agli inferi, che significa provare fino al parossismo l’abbandono di Dio vivente, equivale a sperimentare l’inimicizia dell’universo che fu pure donatore di vita”[2]. Un inno della Chiesa Ortodossa recita: “Nella tomba con la carne, / nell’Ade con l’anima, / come Dio, in Paradiso con il ladrone, / e sul trono Tu sei, o Cristo / con il Padre e lo Spirito Santo”. La discesa agli inferi rappresenta l’abbandono di Dio, l’assenza di Dio in modo assai più pregnante del momento in croce in cui Gesù ha gridato: “Dio mio perché mi hai abbandonato”. Quel grido non è solo la citazione di un Salmo, o il momento passeggero di scoramento psicologico, è un nodo teologico di straordinario spessore perché è il punto del morire di ogni uomo che non è più sostenuto da nulla se non dalla fede in Dio, dal libero, rischioso abbandono a Dio, che è silenzio, non si mostra, non offre garanzie, non rassicura. E’ il momento del vuoto, dello svuotamento, dell’impossibilità di anticipare un qualsiasi esito nell’ordine delle possibilità umane, è salto nel buio, è rischio senza rete sostenuto solo dalla memoria di un Dio incontrato e amato come Padre. Nel vuoto degli inferi si consuma l’assoluta differenza di Dio e si manifesta la creaturalità libera dell’uomo. Dio rimane Dio nella sua indeducibile alterità e sporgenza e l’uomo può porre l’unico atto di libertà assoluto della sua vita perché non è indotto da nessun bisogno funzionale, da nessuna teleologia controllabile, da nessun rischio calcolato. E’ l’atto di fede che sa solo abbandonarsi e dire: “Nelle tue mani, Padre, affido la mia vita”.

Qui la morte esprime compiutamente la finitezza, la creaturalità. Non è morte causata dal peccato, è morte kenotica come kenotico è apparire in forma umana (Fil 2,5-11). Non si può ricorrere alla fede nella risurrezione per rendere accettabile la morte, altrimenti si toglie il “tragico” alla morte e il Cristianesimo si trasforma in meccanismo di elusione della creazione e della morte. Il secondo Adamo è divento l’eletto, il compiacimento di Dio esattamente perché non ha ceduto alla tentazione di eludere la morte e ha creduto contro ogni speranza, anche quando ha sentito nella carne il silenzio di Dio. I tre giorni nel sepolcro non consentono un cristianesimo della risurrezione, dove la morte è un piccolo incidente procedurale, giustificato eventualmente in termini sacrificali per la salvezza del popolo. Nell’abbandono di Dio la fede è nel segno d’Abramo, di Giobbe, di Gesù perché il fedele non strumentalizza Dio al suo sogno di sopravvivenza e di potenza contro il disfacimento della morte.

Il ricorso alla Risurrezione per rendere accettabile la morte rischia di essere nel segno del primo Adamo in quanto si cattura nell’orizzonte dell’uomo come possibilità alla portata ciò che perviene solo a Dio. Simone Weil nella Lettera a un religioso, uno dei documenti teologici più sconcertanti del ventesimo secolo, scrive: “E se l’Evangelo omettesse ogni menzione della risurrezione del Cristo, la fede mi sarebbe più facile. La croce da sola mi basta.Per me la prova, la cosa veramente miracolosa, è la perfetta bellezza dei racconti della Passione, insieme ad alcune parole folgoranti di Isaia: ‘Ingiuriato, maltrattato, non aprì la sua bocca’, e di san Paolo: ‘Non ha considerato l’uguaglianza con Dio come un bottino… Egli si è svuotato… Si è fatto obbediente sino alla morte di croce’, ‘E’ stato fatto maledizione’. E’ questo che mi costringe a credere”[3]

Conviene soffermarsi su questo svuotamento kenotico in rapporto alla fede, perché getta luce sulla discesa agli Inferi. Lo svuotamento è spogliarsi della nostra falsa divinità, spogliarsi della regalità immaginaria del mondo. “Dobbiamo svuotarci della falsa divinità con la quale siamo nati. Impedire loro di mangiare dell’albero della vita. Impedirci di essere falsi dei. La morte ci avverte che non siamo dei. Per questo essa è per noi così dolorosa, finché non l’abbiamo completamente compreso. (E anche il Cristo…)”[4]. Anche il Cristo “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8). La discesa agli inferi di Cristo è lo spogliamento della falsa divinità di non accettare la creaturalità. E’ qui il gioco più sottile: Gesù è venuto a rivelarci il disegno di Dio, ovvero che l’atto di fede autentico è l’accettazione della propria finitezza come atto di libertà che si consegna a Dio con fiducia, rinunciando all’angoscia di dare un senso e di risolvere la propria morte. “Il Cristo è stato ucciso per collera perché non era che Dio”[5]. Era intollerabile una fede senza risposte, una fede in un Dio-Padre che non risponde, che è assente, che si sottrae ai suoi doveri verso un popolo che ha acquisito moltissimi meriti in forza della sua fedeltà alla Legge. Dio è onnipotente perché è creatore. La sua creazione è abdicazione altrimenti non ci sarebbe che Lui e non ci sarebbe spazio per la libertà dell’uomo e per l’amore. Noi abbiamo accostato la regalità di Dio con la potenza del Principe di questo mondo, adulterando profondamente il mistero cristiano. “Dio ha abbandonato Dio. Dio si è svuotato. Queste parole racchiudono a un tempo la Creazione e l’Incarnazione con la Passione”[6]. Il peccato è il tentativo di colmare questo senso di vuoto. “Il Cristo ha avuto tutta la miseria umana, salvo il peccato. Ma ha avuto tutto ciò che rende l’uomo capace di peccare”. Il Vangelo connette intimamente fede e tentazione, la quale non è intesa in senso morale, ma come la possibilità di non reggere un Dio che si nasconde e che quindi è la crisi del desiderio di salvezza dell’uomo. “Ciò che rende l’uomo capace di peccare, continua il testo della Weil, è il vuoto. Tutti i peccati sono tentativi di colmare dei vuoti. Così la mia vita piena di macchie è vicina alla sua perfettamente pura, e questo vale anche per le esistenze più basse. Per quanto io cada in basso, non mi allontanerò molto da lui. Ma se cado troppo, non potrò più esserne consapevole”[7].

In questa chiave di lettura la discesa agli Inferi gode di una dignità più alta che la semplice condivisione del destino dei peccatori, oppure l’annuncio portato ai dannati; si rivela invece come l’illustrazione più pregnante della kenosi, che impedisce una frettolosa risoluzione della morte nella risurrezione. Permette altresì le connessioni trinitarie atte a mantenere il mistero del Padre come colui che invia il Figlio e lo abbandona sulla croce, il mistero del Figlio come genito dal padre nella forma espressiva dell’obbedienza creaturale, il mistero dello Spirito Santo come colui che unisce entrambi ormai soltanto nella forma espressiva della separazione[8]. La discesa agli Inferi è l’indugio spazio-temporale, che impedisce alla fede di strumentalizzare Dio per baipassare la morte e che immette stabilmente la fede cristiana nel grido di abbandono di Gesù, nell’urto, come dice von Balthasar, che è oltre la barriera del suono dei sensi.

Nonostante che la tradizione consegni immagini legate al valore soteriologico della discesa agli inferi perché il mistero pasquale di Cristo ha assunto specialmente in Oriente la dimensione celebrativa della vittoria sul regno della morte[9], rimane tuttavia uno spazio teologico e spirituale degno di una maggiore attenzione e di un più rigoroso approfondimento in relazione all’interpretazione kenotica del mistero pasquale. 

3.     La ritualizzazione del silenzio: riflessioni liturgico-pastorali
La stessa richiesta di approfondimento si rivolge anche ai liturgisti[10], che lasciano desertificato il profondissimo silenzio della discesa agli inferi, senza possibilità di ritualizzarlo e di renderlo mistagogico. Il Sabato Santo rimane un tempo sospeso privo di spiritualità per il popolo di Dio, incapace di immettere nella radicalità del silenzio di Dio sulla vicenda umana. L’attesa del Sabato Santo vive un complesso di inferiorità tra la tragedia del Venerdì e la gioia della Domenica senza provocare lo scandalo della fede di fronte a un Dio che si sottrae. E’ la fede tentata del ponte sospeso, dell’arcata interrotta, per dirla con Neher, oppure la fede assurda che crede contro Dio stesso. Giobbe arriva a dire: “Anche se mi uccidessi io continuerei a credere in Te”. Qui c’è il mistero del Sabato Santo di Cristo e di ogni cristiano. “Il Figlio scende là dove il Padre è assente”[11]. Il cristiano, battezzato nel morire di Gesù, diventa figlio nel Figlio condividendo l’esperienza dell’assenza di Dio. Il Dio con noi è il Dio che ci abbandona e ci lascia soli (cf. Mc 15,34). La fede sospesa sul nulla è tentata di non abbandonarsi a Dio, che non risponde quando è invocato. La fede vive il suo momento decisivo, è sul filo del rasoio con l’incredulità; vengono meno le ideologie su Dio e le certezze del sistema religioso. La fede è tentata perché sembra che Dio giochi contro se stesso come nell’episodio di Abramo quando Dio gli chiese il Figlio della promessa. Il paradigma teologico, per cui Dio userebbe una pedagogia per il ravvedimento del popolo peccatore lasciandolo in balia dei nemici, è troppo debole per illuminare il mistero del Sabato Santo. Riesce più convincente la riflessione del Salmo 44 in cui si chiede a Dio perché tratti il suo popolo come pecore da macello, pur non avendo fatto nulla di male. L’atto di fede raggiunge il suo vertice, il primo Adamo non ha retto l’urto, il secondo Adamo è uscito vittorioso dalla tentazione degli inferi non per il suo privilegio divino, ma perché si abbandonò in un atto di libertà totalmente arrischiata al mistero insondabile di Dio, al suo silenzio non addomesticabile dall’uomo.

Il Messale romano liquida in poche righe il carattere non rituale del silenzio del Sabato Santo. E’ certamente singolare questa totale abdicazione e fa scalpore che la Chiesa sempre prodiga di suggerimenti rimanga senza parole. Non intendiamo suggerire una strada diversa che trasformi in chiacchiera quell’altissimo silenzio, che è l’urlo dell’abbandono di Dio. Segnaliamo però il rischio di ridurre il Sabato Santo a mera attesa del giorno dopo senza trasalimento spirituale. E’ forse necessario trovare una qualche ritualizzazione del silenzio per impedire che il Sabato Santo sia un’occasione mancata di spiritualità. La Chiesa è sempre sospettosa verso l’assenza, verso il silenzio di Dio, preferisce il martirio al senso di sospensione di una risposta non data. Teme il vuoto, confonde l’assente con il nulla. Deve continuare a parlare di presenza anche quando Cristo si sottrae ai nostri occhi, come ai discepoli di Emmaus allo spezzare del pane. E’ forse per questo imbarazzo di fronte a un Dio che ama nascondersi che non si è sviluppata una teologia e una spiritualità apofatica del Sabato Santo. Resta la Liturgia delle Ore e questo spazio di silenzio enigmatico lasciato alla ritualità individuale della visita al sepolcro, che, se fosse proposto all’attenzione dell’azione pastorale, potrebbe diventare sorgente di una rivoluzione spirituale. Non più fede in un Dio “tappabuchi”, in una provvidenzialità teleologica che si accorda sempre, guarda caso, con le nostre strategie adattative, fermo restando l’imbarazzo e la trivialità delle nostre consolazioni nei casi in cui la vita mostra il suo lato oscuro, assurdo e maledetto; piuttosto fede contro ogni speranza davanti a un Dio che per amore ci ha abbandonati nel tempo. S.Weil descrive in modo irripetibile questa esperienza. La propongo a suggello di queste riflessioni sul Sabato Santo. “Dio ci ha abbandonati nel tempo. Dio e l’umanità sono come un amante e una amante che si sono sbagliati circa il luogo dell’appuntamento. Ciascuno è lì prima dell’ora, ma sono in due posti diversi, e aspettano, aspettano, aspettano. Lui è in piedi, immobile, inchiodato al posto per la perennità dei tempi. Lei è distratta e impaziente. Sventurata se ne ha abbastanza e se ne va! Perché i due punti in cui si trovano sono lo stesso punto nella quarta dimensione… La crocifissione del Cristo è l’immagine di questa fissità di Dio. Dio è l’attenzione senza distrazione. Bisogna imitare l’attesa e l’umiltà di Dio… L’abbandono in cui Dio ci lascia è il suo modo proprio di accarezzarci. Il tempo, che è la nostra unica miseria, è il tocco stesso della sua mano. E’ l’abdicazione mediante la quale ci fa esistere”[12]



[1] Tra i pochi articoli che meritano una menzione ricordiamo il testo di ERNESTO MENICHELLI, La discesa agli Inferi. Nel giorno del silenzio la Chiesa “accompagna” Cristo nel sepolcro, in Celebrare l’unità del triduo pasquale. 3, Una veglia illuminata dall’Assente, Leumann. Elle Di Ci, 1998, pp. 48-64.
[2] Ivi, p.59.
[3] S.WEIL, Lettera a un religioso, Milano, Adelphi, 1996, pp56-57.
[4] S.WEIL, Quaderni. Volume secondo, Milano, Adelphi, 1997, p. 137.
[5] Ivi, p.143.
[6] S.WEIL, Quaderni. Volume quattro, Milano, Adelphi, 1993, p.149.
[7] S.WEI, Quaderni. Volume secondo, p.38.
[8] H.URS VON BAITHASAR, Gloria. Vol.7. Nuovo patto, Milano, Jaca Book, 1977, p. 195.
[9]  La vittoria di Cristo sulla morte ha tre immagini di fondo: il conquistatore come appare nel Vangelo di Nicodemo, il liberatore in Ignazio di Antiochia, il predicatore in 1Pt 3,19. E.MENICHELLI, pp. 56-58.
[10] Un esempio emblematico di scarsa attenzione al silenzio del Sabato Santo è il documentato articolo di E.LODI, Parola e  silenzio nella liturgia occidentale, in Le forme del Silenzio e della Parola, a cura di M.BALDINI E S.ZUCAL, Brescia, Morcelliana, 1989, pp. 353-372.
[11] E.MENICHELLI, p.62.
[12] S.WEIL, Quaderni. Volume quattro, pp.178-179.

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