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La Pastorale del Matrimonio

La problematica teologico-pastorale del matrimonio sta in un paradosso tendenzialmente insuperabile per l’odierno modello di coppia: non si può non sposarsi, non si riesce a restare sposati per sempre.

La problematica teologico-pastorale del matrimonio sta in un paradosso tendenzialmente insuperabile per l’odierno modello di coppia: non si può non sposarsi, non si riesce a restare sposati per sempre.

Un dato sociologico rilevante è la complessiva tenuta della richiesta istituzionale di matrimonio, tanto più sorprendente in una cultura critica verso la tradizione; e d’altronde è evidente la concomitante crisi del vincolo, che in parte sfocia nel divorzio, in parte maggiore si consuma nel risentimento reciproco tra le mura domestiche.

La contraddizione normalmente si spiega ricorrendo alle più svariate analisi, che vanno dall’accusa contro la società edonista, alla critica contro l’educazione permissiva senza spirito di sacrificio, dalle illusioni dei modelli mediatici della coppia felice, ai danni dell’emancipazione della donna, che non cura la famiglia e i figli. Si stenta a credere che il difetto maggiore possa risiedere nella stessa coppia, che si è configurata in occidente come famiglia monogamica nucleare fondata sugli affetti, non più come famiglia patriarcale basata sulla procreazione. La difficoltà a riflettere su questo modello affettivo viene dagli indubbi limiti della famiglia tradizionale e dal preconcetto tutto da verificare che si tratti di un’evoluzione positiva, più rispondente alle esigenze della persona e agli stessi valori evangelici dell’amore e del rispetto, del consenso libero e della responsabilità procreativa. Manca una riflessione seria sugli svantaggi della relazione affettiva perché ci si limita ad un’antropologia volontaristica ed ingenua basata sui valori a cui aderire con scelte consapevoli. A questo volontarismo razionalistico sfugge l’ambiguità del cosiddetto “amore”, che copre un campo semantico sterminato e va dai meccanismi adattativi più sordidi e cinici all’apertura disinteressata all’altro. Il passaggio da un estremo all’altro non è semplice e facilmente controllabile, talvolta un meccanismo si maschera dei connotati dell’altro e rischia continuamente di creare cortocircuiti distruttivi.

A dire il vero questa ipotesi di lavoro non è una novità assoluta; da che mondo è mondo si sa che nella coppia può annidarsi il più bieco egoismo, come è risaputo che una certa struttura sociale ha garantito in passato gravi ingiustizie tra i coniugi con situazioni opprimenti soprattutto per la donna. La novità è la consapevolezza che in passato si è schematizzato troppo, separando nettamente l’amore dall’egoismo e non ci si è accorti che le due realtà sono profondamente embricate e non è agevole separarle, anzi per certi versi è impossibile separarle; si può forse tenerle in tensione per accedere a livelli diversi di esperienza senza però eliminarle. Finché i meccanismi adattativi venivano neutralizzati dalle contromisure normative della società, i partner rimanevano legati anche a costo di profonde sofferenze. Quando la società non è più stata in grado di regolare questi squilibri e ha devoluto ai singoli la gestione del rapporto di coppia, allora sono esplose tutte le contraddizioni con una virulenza ignota alle generazioni precedenti. Esse riconoscevano i problemi della coppia, ma, non avendo mai avuto la possibilità di gestire fino in fondo la dimensione affettiva perché compensata dai valori del gruppo di appartenenza e dall’impegno procreativo, sono state preservate dalle conseguenze nefaste e violente della relazione di coppia. Questa incapacità di comprensione del pianeta famiglia è un problema che riguarda anche la Chiesa, la quale imposta la sua pastorale familiare in termini troppo volontaristici come se la riconciliazione nella coppia eventualmente spezzata fosse solo un problema di buona volontà. Vi sono eventi nella vita affettiva talmente traumatici, che lasciano risentimenti insanabili, sofferenze inaudite e reazioni incontrollate talora anche violente su cui si hanno pochi margini di manovra. Prendere atto della realtà di fatto è il primo esercizio pastorale, che non si abbandona al moralismo e alle ingenue soluzioni.

 

  1. L’ausilio delle scienze per la comprensione pastorale della coppia

Sono state le scienze psico-biologiche ed etologico-evolutive che ci hanno allertati sul problema, offrendoci una enorme quantità di dati sconosciuti e preoccupanti circa la formazione della coppia. In un primo tempo le ricerche si limitavano agli animali, oggi sono sempre più numerose le ricerche sull’uomo con risultati straordinari, che meritano tutta la nostra attenzione. Innanzitutto esse hanno mandato in crisi la nostra concezione romantica della natura, sostituendo un quadro complesso, a-morale, quasi cinico, che però ha il merito di aiutarci a capire tanti comportamenti di coppia finora inspiegabili. Il dato più sconvolgente è la constatazione che  maschio e femmina nell’evoluzione sono stati programmati come meccanismi perfetti per la riproduzione sessuata, dove il matrimonio è la risposta culturale a servizio dell’ottimizzazione del successo riproduttivo, ottenuto con meccanismi sinergici col l’altro sesso e talvolta anche a danno del partner. Provocatoriamente R.Dawkins ha parlato di “gene egoista” per ribadire questo obiettivo riproduttivo, ben lontano dalla retorica dell’amore. “Un corpo è in realtà una macchina programmata ciecamente dai suoi geni egoisti” (p.154). Si è scoperto così che i partner si mentono spudoratamente e che la menzogna non ha valore morale, ma ha lo scopo di arrivare alla generazione migliore senza allarmare il partner (Voker Sommer), che la monogamia è solo uno dei modelli riproduttivi, ad essa si accompagna spesso la CEC, ovvero la copulazione-extra-coniugale (D.P.Barash), che in natura si può ricorrere all’infanticidio per anticipare l’estro della femmina (Sarah Hrdy), che i maschi hanno una sessualità occasionale e che le femmine cercano i geni migliori anche fuori dalla coppia con l’inganno (David M. Buss), che la cooperazione coniugale è secondo il principio della “regina rossa” per sfruttarsi a vicenda (Matt Ridley), ovvero un uomo usa la moglie per generare figli e la donna usa il marito per mantenere i bambini.

Basterebbero questi pochi e rapidi cenni per convincersi dei problemi della coppia e per avere nuovi elementi di interpretazione per una migliore comprensione dei fenomeni familiari. La difficoltà psicologica del pastore d’anime è fare i conti con questi meccanismi normalmente liquidati come egoismo e tentare di disinnescarli per mantenere l’equilibrio della coppia in un quadro evolutivo dove i coniugi passano attraverso molte mutazioni del loro legame. La sorpresa di fronte ad una natura cinica, che persegue in modo a-morale la propria strategia di successo riproduttivo, non deve portare all’atteggiamento di Agostino nel Contra Faustum, che individua nel piacere sessuale la trasmissione del peccato originale. Se la natura è il male allora non c’è più spazio per la bontà creaturale e si instaura un dualismo gnostico, che può giungere fino all’encratismo. La Chiesa ha sempre condannato questi eccessi ed ha sempre ribadito l’originario disegno di Dio. Forse occorre un supplemento di attenzione verso il mondo della natura, sempre citato e mai indagato seriamente nei suoi meccanismi . Si tratterà di decodificare la complessità dell’imprinting che ereditiamo non come colpa, ma come base su cui s’innesta la coscienza e la possibilità di accedere all’esperienza morale e religiosa. Certamente è diventato chiaro il fatto che non possiamo impunemente sorpassare la dimensione adattativa senza subirne pesanti conseguenze. Infatti ciò che si sottovaluta in fase di comprensione dei fenomeni, ritorna come un rimosso che scatena sindromi patologiche la cui causa non bene identificata vittimizza le persone e distrugge le relazioni umane.

 

2.     Fenomeni scatenanti la crisi di coppia

Il quadro pastorale si complica quando si considerano altri fenomeni culturali scatenanti la crisi della coppia.

2.1. Sessualità e crisi di coppia

Il primo è clamoroso e riguarda la diversa collocazione della sessualità non più a servizio della procreazione ma della comunicazione affettiva. Per la prima volta nella storia dell’umanità la nostra generazione vive questa rivoluzione culturale, che depista l’imprinting biologico riproduttivo su altri obiettivi e rischia di produrre molti danni. Il vantaggio assiologico di una sessualità intesa anche come principio della tenerezza è stato accolto anche dall’Humanae vitae di Paolo VI, integrando la morale tradizionale tutta esposta sul fine procreativo. Tuttavia l’armonizzazione tra i due principi oggi soffre di un saldo passivo tutto a favore dell’affettività. Il problema non è tanto la chiusura alla vita, quanto la sovrapposizione di due logiche non integrabili. Infatti la sessualità è retta da meccanismi specializzati al vantaggio riproduttivo come il controllo del partner, la gelosia, l’inganno, la richiesta di prestazioni e di risorse, l’oggettivazione funzionale dell’altro, che sono incompatibili coi linguaggi dell’amore. Quando la sessualità genitale determina le regole della comunicazione affettiva esplodono le contraddizioni più violente, che spiegano le repentine rotture della relazione con livelli di sofferenza davvero insanabili. Un esempio eloquente è  l’indebita sovrapposizione di due esperienze apparentemente uguali, ovvero la totalizzazione del sentimento unitivo nell’innamoramento e la richiesta di istituzionalizzare per sempre nel tempo il legame di coppia.  E’ tipico dell’innamoramento la totalizzazione degli affetti con la specifica esperienza di fusione mistica secondo il mito dell’androgino per cui i due sentono di formare una sola carne. Questa sensazione di totalità sincronica si vorrebbe garantirla nel tempo con la richiesta dell’istituzionalizzazione del legame nel “per sempre” diacronico. Ma le due esperienze non sono identiche, tanto che l’inevitabile diminuzione del sentimento totalizzante nel corso degli anni può diventare l’alibi per l’interruzione della relazione coniugale. Lo schema semplificato recita così: ci siamo sposati per amore, cioè per rendere eterno il sentimento di totalizzazione, quando non c’è più il trasporto amoroso cessano le condizioni del patto e ci si separa.

Pastoralmente è fondamentale aiutare la comprensione di questi meccanismi, anziché assecondare a poco prezzo la richiesta di istituzionalizzare il legame sotto la pressione della totalizzazione amorosa.

 

2.2. Emancipazione femminile e famiglia

Un secondo elemento di crisi è la diversa posizione della donna nella famiglia in seguito al movimento di emancipazione della donna. Senza entrare nel merito della questione si registra una ripercussione nella coppia, che va sotto il nome di crisi della relazione di gender. L’emancipazione femminile si è realizzata sul modello maschile, in cui le donne hanno rivendicato pari diritti e pari opportunità. L’esito per la coppia è la crisi del modello maschile, che ha trovato nella donna un competitore e la relazione di genere cede il posto ad una sorta di conflitto tra identici. Non c’è più il differenziale che permette l’armonizzazione di diversi con la conseguente crisi del maschio, che ha patito fuori misura questa inedita aggressività femminile nei suoi ruoli tradizionali come il lavoro e l’iniziativa nella relazione di coppia. D’altra parte lo stesso maschio ha favorito un allineamento della femmina sul paradigma maschile quando ha cercato l’anima gemella secondo il mito della coppia felice. Presto ha scoperto che l’amore fusionale cede il posto alla scoperta dell’irriducibilità dell’altro che vede e sente il mondo in un modo diverso, per cui uomini e donne avendo tempi diversi non cessano di fraintendersi. Questa scoperta, che dovrebbe rappresentare il naturale passaggio dalla totalizzazione dell’innamoramento all’accettazione della diversità come possibilità di essere violato dall’altro e attingere a nuovi livelli d’esperienza,  diventa l’occasione per dividere i destini, immaginando di avere semplicemente sbagliato partner.

L’attuale crisi della coppia può diventare una straordinaria occasione per fare un passo evolutivo fondamentale nell’ominizzazione. Infatti la crisi della famiglia non è solo l’invocazione di un riallineamento sullo standard tradizionale abbandonando gli egoismi odierni. Sarebbe una semplificazione intollerabile credere che l’attuale difficoltà dipenda solo dalla superficialità della nostra generazione. Molti fattori storico-sociali hanno determinato un crollo del tradizionale modello familiare e non siamo stati in grado di leggere la trasformazione, e neppure di dotarci di strumenti culturali per assecondare un passaggio ad una autocoscienza più ampia. In gioco vi è il passaggio da un legame guidato da meccanismi adattativi rodati per la procreazione, ad un legame in cui la procreazione è nel quadro della relazione con l’altro mai riducibile funzionalmente ai propri bisogni. L’altro sesso diventa la più potente possibilità per l’io di allargare la propria coscienza e la propria percezione del mondo. Il gioco nuovo però è l’accettazione della diversità irriducibile dell’altro, che assolve al suo compito quando mette in crisi il mio sistema e la mia visione del mondo. Il paradosso è allora il rovesciamento di prospettiva tradizionale: io rimango unito all’altro non perché mi dà ragione ed è come me in un legame tanto vincolante quanto medusizzante. Io rimango unito all’altro perché mi viola, mi dà torto, mi impedisce di rimanere sempre uguale e mi permette d cambiare. L’obiezione normale alla separazione è la ragione più profonda del rimanere insieme, fermo restando che deve crescere il rispetto assoluto e la considerazione dell’altro. Allora il legame si consolida attraversando continuamente territori nuovi ed imprevisti, in cui la totalizzazione del legame affettivo cede gradualmente il posto ad altre percezioni esistenziali altrettanto forti come la pietà  e la compassione nei riguardi della fatica di vivere del partner.

La Chiesa può assolvere a questo alto compito educativo svelando alle nuove generazioni il segreto più profondo del legame amoroso e della sessualità in vista di un’ominizzzazione in cui l’amore è l’accettazione del rischio dell’altro come possibilità di cambiamento e non come rassicurazione della paura di vivere. In questo orizzonte può forse più facilmente essere annunziato l’amore unilaterale di Cristo per la Chiesa e la possibilità di maturare una vocazione religiosa al sacramento del matrimonio. Certamente urge l’obbligo di sdoganare la pastorale matrimoniale dai tormentoni ingenui inneggianti all’amore piuttosto che all’egoismo e da quel fanatismo pseudo-religioso per cui basta nominare Gesù Cristo per risolvere tutti i problemi. La responsabilità storica di che onestamente segue Cristo sulla via della fedeltà alla condizione umana non può non avvertire oggi l’urgenza di un passaggio epocale nel legame di coppia, che mette in crisi i modelli tradizionali e invoca una nuova intelligenza della fede. 

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