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La simbolica del peccato - 3
RIFLESSIONI A SALSOMAGGIORE
temi di teologia

Roberto Tagliaferri
La simbolica del peccato e la questione delle indulgenze nella crisi luterana

Summary: la simbolica del peccato si iscrive in quella problematica del religioso, che, lungi dalla versione consolatoria di agenzia di un Dio tappabuchi, è l’orizzonte in cui può iscriversi umanamente l’eccedenza della Grazia senza smarrire il suo carattere trascendente. Il simbolismo religioso del rito e del mito del peccato è il linguaggio del Sacro in cui si salvaguarda il carattere esperienziale del sacro e la sua indeducibilità. 1. Il simbolismo del peccato nei miti cosmogonici. 2. Fenomenologia della colpa. 3. Conversione cristiana e penitenza nel NT. 4. La seconda tavola di salvezza: la penitenza canonica. 5. La penitenza tariffata tra Grazia e bisogno di espiazione. 6. Le tariffe e le indulgenze la crisi luterana. 7. la riforma della Penitenza nel Vaticano II.
Ho voluto mettere insieme capitoli complessi che richiederebbero ben altro tempo, ed ho voluto fare anche un accenno alla crisi luterana perché siamo nell’anno del Giubileo ed esso è legato alle indulgenze. Come potremmo configurare questo percorso? Intanto legandolo con i precedenti incontri; siamo partiti dalla questione religiosa, la quale nell’epoca moderna riguarda tutti, credenti e non credenti. Siamo passati successivamente ad una riflessione più precisa, che riguarda propriamente i credenti, cioè il paradosso “ateo” del Vangelo, dove globalmente abbiamo fatto tesoro della lezione di Bonhoeffer, secondo il quale la modernità rifiuta il Dio tappabuchi, funzionale ai bisogni dell’uomo, il Dio che aveva rifiutato anche Gesù Cristo.
Quel Dio tappabuchi molte volte è diventato oggetto della mediazione ecclesiale, la quale, come dice Gauchet, si è trasformata in burocrazia del senso della vita anziché mediare il mistero.
In quel paradosso, la religione contro la religione si dice che c’è un aspetto, nella religione, che distrugge quello che è più proprio del religioso. Le religioni si autodanneggiano perché, nel tentativo di mediare il proprio religioso, si danno delle sicurezze tali per cui alla fine occultano Dio. Sono talmente sicuri della propria verità rivelata che usano Dio per dire le proprie certezze e le riversano sugli uomini. L’ alternativa non è quella che proponevano Barth o Bultmann che salvaguardavano un nucleo di fede, contenuta nel kerigma rispetto alla sovrastruttura religiosa. Noi non possiamo semplicemente buttare via la religione perchè la religione è il linguaggio proprio in cui viene mediato quello specifica dimensione di fede; non ci può essere fede senza religione. Occorre però aggiungere che la religione rischia continuamente la corruttela, quindi vive in una situazione precaria. Non si può fare a meno della religione perché è la carne dell’atto di fede.
Essa passa attraverso simboli, miti e riti. Il paradosso della fede da una parte segnala la pericolosità della religione, che rischia di eliminare l’eccedenza di Dio, e d’altra parte è la convenienza tra l’uomo e Dio. Come mantenere questa tensione, è compito di ogni generazione di credenti.
Questa sera vorrei proporre un caso in cui la dimensione religiosa del rapporto dell’uomo con Dio, rischia continuamente il tracollo attraverso i nostri meccanismi rassicurativi e di paura. Mi riferisco appunto alla simbolica del peccato, o meglio sarebbe dire “simbolismo del peccato”, perché è più legato ai modelli culturali, e quindi attiene alle istituzioni e non solamente al mondo interiore dell’inconscio. .

La tesi che vorremmo segnalare in questa nostra conversazione è questa: il simbolismo del peccato, che è un luogo in cui l’uomo può fare l’esperienza di Dio, può diventare il luogo in cui l’uomo si fa del danno e regredisce a forme non troppo umane e sicuramente occulta Dio. Partiamo dalla testimonianza dei miti cosmogonici antichi, passiamo poi alla fenomenologia della colpa. Accenniamo alla problematica ecclesiale lungo i secoli fino al Vaticano II.

Il simbolismo del peccato nei miti antichi.

Voi sapete che tutte le grandi religioni hanno un mito originario, che dà ragione del male: nella religione babilonese con l’ epopea di Gilgamesh, nella Bibbia col racconto del peccato originale, nel mondo greco coi miti tragici. In tutte le culture c’è un racconto originario, che tenta di dare la ragione del perché del male. Nel mito viene come consegnato, alle generazioni che si susseguono, questo segreto del mondo. In effetti, si tratta di una proiezione alle origini di una situazione uomo - Dio nella sua condizione di precarietà, di insicurezza, e si mescola a meccanismi abbastanza facilmente individuabili.

Fenomenologia della colpa

In “Finitudine e colpa” P.Ricoeur fa un’analisi esemplare sulla problematica del peccato, del male e di questioni connesse. Egli sostiene che il cammino, il processo, intorno al quale si sono poi sedimentati i miti, che riportano appunto la problematica del male e del peccato, nascerebbe intorno ad una dinamica psicologico - sociale che è la problematica del rapporto con l’intimo, la logica tra puro e impuro. Questa è stata presa in considerazione anche da una grande antropologa come Mary Douglas in Purezza e pericolo. Le norme sociale su questo problema sono tantissime. Diventa molto interessante stabilire, per esempio, perché le varie culture hanno diversi concetti di pulizia e di sporco. Quello che è pulito è sporco. Puro e impuro riguarda tutti gli ambiti vitali, in modo particolare la sessualità. Puro e impuro stabiliscono un dualismo che non è ancora morale. Puro e impuro è indipendente dall’intenzionalità soggettiva. Quando quest’ultima subentra siamo nell’ambito morale, non siamo ancora nell’ambito morale come lo intendiamo noi, cioè del deliberato consenso, della piena avvertenza, dell’intenzionalità del soggetto. Puro e impuro è legato ad un meccanismo ordinato del mondo per cui trasgredendo anche inavvertitamente una norma, si può scatenare qualcosa che va a deperimento del soggetto e della comunità. Bisogna notare che la nozione di impuro s’innesta nel meccanismo biogenetico del marcescente pericoloso per la propria sopravvivenza. L’impuro è come la violazione di ciò che ci preserva e quindi è pericoloso.
Il soggetto potrebbe aver fatto una cosa senza avvedersene, eppure si scatena il male, inteso come un meccanismo impersonale che, quando è messo in moto, produce danni. Ecco perché la società deve legiferare in modo tale da disinnescare la causa che ha messo in moto il tutto. Se c’è una pestilenza, per esempio, vuol dire che qualcuno ha fatto qualcosa, anche senza avvedersene. Così per tutte le grandi calamità. C’è qualcosa di obiettivo, indipendente dal soggetto, che però produce molti danni. Il Libro del levitico, il Libro dei Numeri, il Deuteronomio nella Bibbia sono pieni di queste norme di purità o di impurità, in modo tale che l’ambiente sociale non venga contaminato; chi ha contaminato, quindi, deve essere emarginato. Il lebbroso deve essere emarginato perché è un danno per tutta la comunità. Ma non c’è l’idea soggettiva, volontaria. La dimensione morale avviene, per farla breve, quando subentra l’intenzionalità.

Eppure l’etica, secondo Ricoeur, ha al fondo questo meccanismo del puro e dell’impuro, e si innerva esattamente sulla paura. Questo è il punto decisivo. E’ la paura che soggettivamente diventa quasi un’ossessione per cautelarsi da qualsiasi possibilità di mettere in moto questo meccanismo impersonale del male. Con l’impurità entriamo nel regno del terrore. L’impuro si misura con la violazione oggettiva di una proibizione non con l’intenzione dell’agente; si contrae per contatto e suscita timore. Ricoeur aggiunge una frase lapidaria con la quale chiarisce il concetto: “L’uomo entra nel mondo etico per paura e non attraverso l’amore“. Questa è una pietra miliare per riconoscere i meccanismi di quello che poi noi chiamiamo colpa. La sofferenza è il prezzo da pagare dell’ordine violato; la sofferenza deve soddisfare la vendetta della purezza. Il legame primordiale tra vendetta e impurità è anteriore ad ogni istituzione e ad ogni intenzione. Questa collera anonima è la Retribuzione e l’espiazione, la vendetta che fa soffrire. Ecco il primo abbozzo di causalità: se soffri, se muori è perché hai peccato.
Il mondo etico sarebbe il sentimento specifico di fronte all’oggettività della contaminazione. La paura di essere contaminati diventa l’atteggiamento etico di evitare una cosa piuttosto che un’altra. Fai il bene ed evita il male. E’ la prima legge, però qual è il punto tagliente di questa logica? E’ la paura, il timore di finire male, di soccombere. Immediatamente questa paura, (è un’analisi di tipo fenomenologico – psicologico), diventa rimorso, desiderio di espiare allorchè un soggetto ha fatto il male. Se ho messo in moto qualcosa, anche inavvertitamente, che è impuro, sento la paura che possa succedere qualcosa a me e agli altri, quindi desidero espiare, ho il rimorso per aver fatto qualcosa che ha messo a repentaglio la vita del gruppo.
L’intuizione iniziale della coscienza di impurità rimane. La sofferenza è il prezzo dell’ordine violato. La sofferenza deve soddisfare la vendetta della purezza”, perché la purezza messa a repentaglio dall’impuro, esige che ci sia qualcuno che paghi, quindi si sviluppano tutti i meccanismi del capro espiatorio, bisogna dare in sacrificio per frenare la vendetta. La sofferenza si fa rimorso: vuoi vedere che è colpa mia? Quando a Gesù dicono riguardo al cieco nato: “Maestro, se quest’uomo è nato cieco, di chi è la colpa? Sua o dei suoi genitori?”. Quindi il legame invincibile tra vendetta e impurità è anteriore a ogni istituzione, intenzione che cresce, ce la portiamo addosso. Si può facilmente verificare questo meccanismo in un bambino, che quando pensa di aver trasgredito l’ordine ricevuto è allarmato e prova il desiderio di espiare. Il bambino che ha fatto qualcosa con la mano, si picchia la mano. “Questo legame è così primitivo che è anteriore alla rappresentazione di un Dio vendicatore.”

Vedete come questo meccanismo è stato poi assunto dalla religione? Puro e impuro diventa bene e male, la paura diventa rispetto a un Dio vendicatore, la vendetta è da parte della purità rispetto all’impurità, che diventa peccato. Questo automatismo è anteriore a qualsiasi forma di religione. Lo ritroviamo dal punto di vista psicologico nei bambini ed anche negli animali. Come se la colpa ferisse la potenza stessa del divieto e quest’offesa scatenasse in maniera ineluttabile la violenza.

Questa collera anonima, questa violenza senza volto della retribuzione, si scrive nel mondo umano in lettere di sofferenza. Questo legame vissuto nel timore e nel tremore fra l’impurità e la sofferenza è stato tanto più tenace, in quanto ha fornito, per lungo tempo, uno schema di razionalizzazione, un primo abbozzo di casualità
La purità violata, che provoca il rimorso, produce nel soggetto anche il desiderio di dirlo. Quello che è la confessione, il poterlo dire con qualcuno. Notate che magari c’è la crisi della confessione come oggi, ma quando noi commettiamo qualcosa fuori dal modello culturale e quindi fuori dallo schema di bene male che abbiamo ricevuto, abbiamo bisogno di raccontarlo a qualcuno; allo psicanalista, alla moglie, a qualsiasi persona di fiducia. E’ difficilissimo contenerlo.
Perché va raccontato? Perché il racconto è una forma catartica, altrimenti il peso sul soggetto sarebbe enorme, il rimorso alla fine vincerebbe. Nessuno di noi sta al mondo sapendo di aver violato uno schema in cui ha messo a repentaglio se stesso. La colpa diventa quindi un’ossessione, un rimorso, finché non si espia.
Ricordate la bella interpretazione di Robert De Niro in “Mission”, nella parte del fratricida ossessionato dal rimorso, quando sale la cascata portando con sé le sue armi in una rete che lo tirava giù continuamente. Il reo non poteva abbandonare quella rete pericolosa, solo così si liberava del suo passato. Il peccato, sempre nei racconti mistici, in parte asseconda tutte queste schematizzazioni.

Conversione cristiana e penitenza nel Nuovo Testamento

Il peccato che si innesta su questo meccanismo del puro e dell’impuro ha però un versante nuovo dell’essere davanti a Dio. Se Dio è il prodotto del meccanismo di colpa e di espiazione si attiva una patologia religiosa, se invece l’esperienza originaria di Dio si innesta sul meccanismo di colpa si può positivamente avviare un processo di conversione in cui l’uomo non si sente onnipotente e porta in sé, come testimonia S.Agostino nella prima pagina delle Confessioni, la testimonianza del proprio peccato. Il peccato si stabilisce in rapporto all’esperienza dell’eccedenza di Dio, in cui si ha il presentimento della propria precarietà e della propria creaturalità e si sente il desiderio di inginocchiarsi. Come nel racconto evangelico della pesca miracolosa, in cui i discepoli calate le reti sulla parola di Gesù, pescano tanti pesci e Pietro gettandosi in ginocchio dice al Signore: “Allontanati da me perché sono un peccatore”.
Quindi l’esperienza del peccato è la percezione di un’eccedenza, che offre una diversa scala, una diversa misura per la propria autocomprensione. Quando si vede una misura diversa dalla consueta, la propria misura improvvisamente acquista una proporzione diversa rispetto alla scala di riferimento. Ci si sente improvvisamente piccoli, ma non schiacciati o umiliati o in competizione. La domanda a questo punto riguarda la relazione tra senso creaturale e senso del peccato; infatti tra le due dimensioni vi è continuità ma non identità. Il senso del peccato è la specifica esperienza della creatura che è tentata di sfuggire alla propria condizione, che non sopporta di non poter mangiare dell’albero del bene e del male e quindi di non poter garantirsi il futuro. Il peccato del primo Adamo è di aver ceduto alla lusinga del serpente di essere come Dio, ovvero di non accettare la propria creaturalità, l’obbedienza di fede del secondo Adamo è di aver retto la tentazione di scappare la propria condizione e di aver confidato in Dio sopportando il suo silenzio nell’ora della morte.
Quando Gesù proclama che il regno di Dio è arrivato, cioè la potenza di Dio è presente nel mondo, immediatamente dice “convertitevi”. Cioè la conversione sarebbe una svolta ad “U”, si usa il termine epistrofé, bisogna cioè fare una svolta, perché la nostra vita non è indirizzata verso Dio anche se è impostata religiosamente, e questo è il punto decisivo del Vangelo. Non è detto che noi seguiamo Dio per il fatto di appartenere ad una tradizione religiosa, anzi dice Gesù e sarà poi motivo della sua morte: l’uomo religioso nel tentativo di sentirsi dalla parte di Dio usa Dio contro Dio.
Allora il grande sforzo di Gesù è di sdoganare Dio dagli uomini religiosi del suo tempo. Gesù non vuole inventare una nuova religione , non vuol fondare il Cristianesimo, non vuole smentire la legge o i profeti e neppure gli atei, ma soltanto dire che attraverso la legge hanno occultato Dio. Lo hanno quindi accusato, condannato e ucciso come bestemmiatore. Gesù è venuto a dire che Dio non è come noi lo facciamo, perché facilmente noi lo facciamo tappabuchi. E quindi Gesù dice “convertitevi”: vuol dire che anche voi uomini religiosi, che pensate di essere dalla parte giusta, dovete convertirvi, fare una svolta, perché Dio non è quello che voi pensate e soprattutto perché usate subdolamente Dio per essere rassicurati e non accettare come Adamo la condizione di finitezza creaturale.
La conversione è connessa con l’annuncio di Gesù: Dio non è come voi ce l’avete in testa, come voi lo vivete anche moralmente ed eticamente a partire dalla legge di Mosè, quindi convertitevi. Il Regno, la potenza di Dio che agisce nel mondo e che voi avete catturato dentro le maglie strette della vostra legge per sentirvi al sicuro, è invece il Dio che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, che va a cercare la pecorella smarrita che dà la stessa paga tanto agli operai della prima ora quanto agli operai dell’ultima ora. Se voi avete un’idea di Dio diversa da questa che vi dico, è sbagliata. “Con quale autorità dici queste cose?“ gli replicano i capi del popolo. “Noi abbiamo come padre Abramo. E tu che autorità hai? Noi non siamo figli di buona donna” dicono a Gesù. Riprendiamo un punto sostanziale molto drammatico del Vangelo perché pone il problema radicale della religione. “Dio non è come voi uomini religiosi lo fate: quindi convertitevi, fate l’epistrofé”, dice Gesù. La conversione è un atteggiamento permanente dell’uomo che di fronte a Dio è sempre nella condizione di fare di lui un idolo per assecondare i propri bisogni.
Quindi l’uomo credente è colui che avendo avuto la percezione di Dio deve mettersi ogni giorno nella condizione di cambiare la sua idea su Dio perché noi non reggiamo questo Dio così diverso rispetto ai nostri moduli di pensiero.

La penitenza canonica nella Chiesa antica

La Chiesa che si è sentita investita della stessa missione di Gesù si è autodefinita e Gesù stesso gli ha dato questo mandato andate ad annunciare, battezzate a Pietro dice tutto quello che legherai sarà legato, tutto quello che slegherai sarà sciolto, si è autoconcepita come segno efficace, sacramento, della riconciliazione. In Gesù Dio ha abbattuto il muro di separazione che divideva gli uomini fra di loro. La chiesa si sente nel mondo come segno della riconciliazione tra gli uomini e della riconciliazione dell’uomo con Dio . Questo tratto caratteristico della vicenda di Gesù diventa il tratto caratteristico della fede per cui la chiesa si converte a Dio perché Dio è sempre diverso rispetto a quello che lei pensa di Dio.


La chiesa subito nei primi secoli si è data una prassi penitenziale per la conversione, che era legata al battesimo, ai sacramenti dell’iniziazione, che toglievano dal peccato originale e immettevano nella condizione di figli di Dio, figli nel figlio Gesù Cristo. Ed era convinzione della Chiesa che i battezzati non dovessero più peccare. Chi si era convertito era diventato figlio di Dio non più uomini secondo la carne, ma uomini secondo lo spirito. Era concessa solamente un’opportunità nella vita e veniva chiamata secondo battesimo, seconda tavola di salvezza ed era configurato in modo istituzionale abbastanza preciso. Si entrava nell’ordo penitentium, nell’ordine dei penitenti, uno confessava il suo peccato al vescovo, faceva una penitenza pubblica. Qual’ era l’idea della penitenza pubblica? Dovevi far vedere che eri pentito del tuo peccato ed avevi la convinzione ed il proponimento di non farlo più. Si faceva la penitenza che poteva durare anche molto tempo, 1 anno, 2 anni. La penitenza era pubblica e c’erano per esempio i flentes quelli che dovevano piangere, gli stantes, quelli che nelle pubbliche assemblee dovevano sempre stare in piedi, non potevano mai sedersi, c’erano altri che dovevano stare in ginocchio e altre forme di penitenza.
Un’altra forma penitenziale era il pellegrinaggio nei luoghi santi, segnalato già nel quarto secolo dal Viaggio di Eteria; alla fine della penitenza uno riceveva l’assoluzione dei peccati di solito nella quaresima. La quaresima come tempo liturgico dell’anno è stata fissata soprattutto per quelli che facevano la penitenza (soprattutto quelli che dovevano ricevere il battesimo) la remissione dei peccati. C’erano poi dei peccati che erano imperdonabili, come l’omicidio, l’apostasia. La penitenza canonica era come un secondo battesimo, come una seconda tavola di salvezza e si poteva ricevere una sola volta in vita perché c’era l’idea che il cristiano battezzato non dovesse più peccare.

La penitenza tariffata

Cosa è successo invece di fatto? Che con tutte le buone intenzioni la chiesa ha dovuto convenire che i cristiani sebbene battezzati in Cristo continuavano a peccare e allora è successo una rivoluzione verso il VI VII secolo. Un cristianesimo totalmente rinnovato, ritornato in Italia dall’Irlanda con i monaci di S,Colombano, che hanno portato la prassi penitenziale che va sotto il nome di penitenza tariffata interessante perché è la penitenza arrivata fino a noi.
Essa, rispetto alla penitenza antica aveva queste novità: non solo una volta nella vita, ma tante volte quante si voleva, era reiterabile, come faceva S. Luigi Gonzaga che si confessava tutti i giorni. Ad ogni peccato poi era comminata una pena detta anche tariffa che era la penitenza antica.
Questa tariffa ha preso diverse forme anche pecuniarie e c’era l’assoluzione. In questo ambito sono nati i libri penitenziali per esempio ve n’ho portato uno che è del 1000 praticamente; è di Burcardo vescovo di Worms. Siamo proprio agli inizi del XI secolo ed e’ interessante perché fa dei lunghi elenchi dei peccati con la tariffa corrispondente e la confessione diventa un giudizio del prete che comincia ad interrogare finché il prete decreterà come in un vero e proprio giudizio. Praticamente dalla penitenza tariffata del VI secolo fino a noi è arrivata questa mentalità. Voglio leggervi qualcosa su alcuni interrogativi: ”Carissimo forse non ricordi quanto hai commesso, ti interrogherò io, tu però suggestionato dal demoni non nascondere nulla.

Giuramenti senza valore, immorali, furti, rapine, adulterio, peccati sessuali, peccati sessuali nel matrimonio, falsa testimonianza, profanazione delle tombe, stregoneria, trasgressione del digiuno, golosità, ubriachezza, pratiche magiche, superstizione, magia, adulterio, scioglimento del vincolo matrimoniale, ecc. c’è un elenco e c’è la tariffa.
Hai ucciso volontariamente una persona e non per necessità o perché eri in guerra né per la brama di possedere togliendo ad esso i suoi beni? Se lo hai fatto digiunerai ininterrottamente per 40 giorni ossia come si suol dire per la quaresima a pane e acqua i successivi 7 anni digiunerai nei modi seguenti (c’erano dei tempi a pane ed acqua). Non ve lo leggo perché è lungo. Hai ucciso per vendicare qualcuno del tuo clan? Farai penitenza per 40 giorni a pane ed acqua per 7 anni consecutivi.
Se senza volerlo in un momento d’ira hai ucciso una persona mentre volevi soltanto picchiarla farai penitenza per 40 giorni ossia una quaresima a pane ed acqua questo ininterrottamente per 7 anni . Poi ci sono delle variazioni che si vedono leggendo. Hai ucciso in guerra per ordine dell’autorità legittima che te lo ha imposto per riportare la pace? Hai ucciso il tiranno che cercava di sovvertire alla pace? Farai penitenza a pane ed acqua nei giorni stabiliti per 3 quaresime. Ma se l’omicidio è stato commesso senza il comando dell’autorità legittima allora tu farai penitenza come se avessi compiuto omicidio volontario in quaresima per 7 anni.

Hai ucciso forse da uomo libero il servo del tuo signore senza che ti avesse fatto nulla di male ma con l’unica giustificazione che te lo aveva imposto il tuo signore ? se invece tu da servo quale sei hai ucciso per ordine del tuo signore un altro servo allora il tuo signore farà penitenza a pane ed acqua per 40 giorni. Però vedremo che è straordinario perché se il signore è nel vincolo feudale di una uomo di un altro uomo ed ha 200 uomini , e deve fare 200 giorni di penitenza, può comminare la pena facendo fare un giorno di penitenza ai suoi uomini. Hai fatto parte di una banda che ha assalito un uomo nella propria abitazione in quella sua o in qualsiasi luogo dove cercava rifugio?

Hai forse scagliato un sasso contro di lui per ucciderlo senza che venisse colpito ? hai ucciso il padre o la madre, il fratello la sorella il patrigno lo zio materno o paterno o qualcun altro della sua parentela? Hai commesso involontariamente un omicidio? Tu non volevi uccidere alcuno né colpirlo in uno stato d’ira né con un bastone né con 1 arma , ne con qualsiasi tipo di frusta te ne andavi forse tranquillamente a caccia per il bosco intento com’eri a colpire un animale quando all’improvviso senza volerlo ne saperlo hai ucciso una persona scambiandola per la selvaggina?

Oppure in occasione di un torneo tra compagni tu volevi colpire con freccia con bastone con un sasso, un uccello o un altro animale ecc. Qualcuno ti ha forse sfidato alla lotta e pur battendolo rimane sconfitto? il tuo avversario è rimasto ucciso colpito dal tuo o dal suo coltello?

E’ uno spaccato della società.

Se andando nel bosco a far legna con tuo fratello con un tuo amico hai detto loro mentre l’albero si schiantava di spostarsi e questi invece ne sono rimasti schiacciati nella lontananza, hai ucciso il tuo signore, hai ucciso un pubblico penitente, o hai preso parte alla sua eliminazione mentre indossava l’abito penitenziale di chi abitualmente digiuna per 40 giorni? Se l’hai fatto sarai tu a portare a termine la sua penitenza. Hai mutilato il tuo prossimo in una mano, in un piede… hai assassinato un ladro o un bandito quando avresti avuto la possibilità di catturarlo senza ucciderlo? Hai denunziato un uomo che a seguito della tua delazione è stato ucciso? Hai catturato un uomo e lo hai portato in un luogo dove è stato ucciso o mutilato? Hai direttamente o tramite altri ucciso un ecclesiastico ossia un salmista un ostiante, un lettore, un esorcista, un diacono, un sacerdote ?..”

Prendono in considerazione quello che avveniva, chi giura il falso, i furti, le rapine, l’adulterio, i peccati sessuali per esempio.
“Hai preso moglie senza la celebrazione delle nozze, l’hai sposata senza costituire per lei una dote qualsiasi in terreni, in beni liquidi, in oro o argento, in servi o in animali o al limite con denaro o con un suo equivalente, hai avuto rapporti con una donna consacrata ossia con una sposa di Cristo, hai avuto rapporti con una giovane donna che poi hai sposato,” se vi interessa 2 anni “hai sposato una donna che era già fidanzata ufficiale di un altro?” ……. Vedete che contavano gli sponsalia? Non c’era ancora il matrimonio come l’intendiamo noi, 40 giorni pane e acqua per 7 anni consecutivi.

“Hai rapito con la violenza una donna per farne tua moglie? E senza il suo consenso come pure senza il consenso dei genitori che avevano la tutela su di lei?” (altro che matrimonio per amore!). Hai forse sospinto tua moglie a commettere adulterio anche contro il suo volere? Hai sposato una tua parente oppure una vedova di un tuo parente? (non c’era più quindi la legge dell’……).

Poi ci sono i peccati sessuali nel matrimonio, ve ne leggo solo alcuni: “Hai avuto malauguratamente rapporti con tua moglie durante la quaresima? Farai 40 giorni di penitenza a pane ed acqua oppure darai in elemosina 26 soldi ma se è successo perché tu eri ubriaco allora passerai 20 giorni a pane ed acqua e osserverai l’astinenza sessuale 20 giorni prima di natale tutte le domeniche i giorni di digiuno le feste degli apostoli, ricorrenze pubbliche , se non le osservi 40 giorni di penitenza a pane ed acqua.” Potremmo andare avanti per la stregoneria, la trasgressione al digiuno, la golosità e ubriachezza per esempio. Anche questo è interessante per vedere com’era il mondo nell’anno 1000.
“Mancanza di rispetto verso i sacramenti: hai forse assunto atteggiamenti ostili verso un sacerdote sposato? Tanto da rifiutare la sua messa, la sua preghiera? 1 anno di penitenza.” Così per le pratiche magiche, per le superstizioni, la magia, ancora l’adulterio, ecc.
Il senso del peccato cede il posto al senso di colpa e allo scrupolo che sono soggette alla paura.
Lo scrupolo che cos’è? E’ questo meccanismo per cui nonostante Dio ti abbia perdonato tu hai ancora il peso della colpa addosso perché non hai sufficientemente espiato. Hai bisogno di espiare. Questo è il meccanismo fondamentale. Se la chiesa si regge sul meccanismo di espiazione trova sempre degli uomini che hanno bisogno di espiare e di essere dei masochisti per la trasgressione, ma non gli dai più il senso del peccato in rapporto a Dio e non è più l’occasione dell’esperienza religiosa.

Le tariffe e le indulgenze

Le tariffe erano le penitenze comminate dalla Chiesa per il perdono dei peccati, ma col tempo sotto l’influsso di due fattori concomitanti si sono adulterate. Il primo fattore è la possibilità della trasformazione della penitenza in un’altra, per esempio in un’oblazione. La seconda è il peso della paura e quindi dello scrupolo.
Se uno non può stare a pane ed acqua, ci stavano tutti quindi non era una gran penitenza, allora per ogni giorno da trascorrere a pane ed acqua il penitente reciti in ginocchio, in piedi o diversamente in un luogo convenuto, 50 salmi e dia da mangiare a un povero, dopo di che gli sarà consentito ….
Altre modalità: se il penitente è di costituzione gracile e non gli è possibile rimanere a lungo in ginocchio reciti 70 salmi in una chiesa oppure in un luogo idoneo, ma stando in piedi e quasi immobile, dia da mangiare a un povero. Ancora farà cosa veramente buona chi possibilmente in chiesa percento volte si inginocchierà vale a dire chiederà 100 volte perdono a Dio .
Altre penitenze singolari sono per esempio stare una notte intera in chiesa nudo, o stare in una tomba scavata nel cimitero. Se la penitenza diventa nel meccanismo dell’espiazione perché c’è l’oppressione del peccato, diventa pericolosa la logica tariffaria perché non è tanto il senso della grandezza della misericordia di Dio che prevale, quanto la paura delle conseguenze.
Nel bellissimo libro di Jean Delumeau intitolato “Il peccato e la paura”, si dice: “ “La paura che percorse la civiltà europea agli inizi dell’età moderna e prima che avvenisse la scoperta dell’”inconscio”; al “timore”, allo “sbigottimento”, al “terrore” e allo “spavento”, che erano suscitati dai pericoli esterni di qualsiasi specie, si aggiunsero dunque due sentimenti non meno assimilati: “l’orrore” del peccato e “l’ossessione” della dannazione.”
L’insistenza della chiesa sull’una e l’altra cosa, portò ad una stupefacente svalutazione sia della vita materiale sia delle cure quotidiane del vivere… Ebbene, continua Delumeau, non c’è mai stata una civiltà che abbia dato tanta importanza al senso di colpa e all’intimo senso di vergogna quanto quella occidentale nei secoli che vanno dal 300 al 700. Si tratta in verità di un fatto così macroscopico che non si indugerà mai troppo qualora lo si voglia illustrare”.
Il risvolto positivo è che questo grande lavoro di introspezione del soggetto ha portato un grande senso dell’interiorità soggettiva e anche della creatività però dentro questo quadro eccessivo di paura.
Siamo ormai in un quadro del peccato in senso etico come paura rispetto all’ordine violato e la chiesa si erge come garante da parte di Dio di questo ordine stabilito e di questa gestione della coscienza individuale.

A questo punto verrebbe fuori Martin Lutero, che stigmatizza la cattiva coscienza della chiesa che vende le indulgenze per il perdono dei peccati. La prassi era assolutamente legittima perché le indulgenze in denaro non erano altro che le penitenze comminate dalla chiesa, ma gli abusi erano sempre più evidenti perché le indulgenze riguardavano anche le anime dei morti e non si distingueva più tra penitenza e perdono dei peccati assicurato solo da Dio. Il problema delle indulgenze è il problema della reversibilità delle pene che nella vita della chiesa aveva quasi 1000 anni. La pena rispetto al peccato è comminata rispetto alla gravità del peccato, come si vedeva già nel “Penitenziario di Worms”, al posto di un giorno a pane ed acqua recita 50 salmi in ginocchio. C’erano già segnali nel VI secolo in cui si diceva che tu al posto di quella penitenza puoi dare un certo importo in denaro. Quindi di per sé era una prassi penitenziale molto antica, il problema è ulteriormente aggravata nel suo aspetto di desiderio di penitenza per non avere rimorsi e sensi di colpa.

Allora potevano succedere cose paradossali, per esempio compri la penitenza prima ancora di aver fatto il peccato, puoi prendere la penitenza senza essere pentito del peccato e questo nella tradizione non c’era mai stato. Addirittura tu puoi prendere la indulgenza sulla penitenza e puoi confessare il peccato quando vuoi, anche se sono peccati riservati, per esempio al Papa. Comprando l’indulgenza addirittura si toglie tutta la pena alle anime purganti. La prassi penitenziale secondo Lutero è diventata un mercimonio. Il Signore ha detto di fare la conversione e la chiesa ha fatto della penitenza un mercimonio.
L’antefatto risale al 1513 quando Alberto di Brandeburgo arcivescovo di Magdeburgo e amministratore di Halberstadt comprò per 14000 ducati il vescovato di MagonzA. Il diritto canonico non permetteva la somma delle cariche, era come un conflitto di interessi, però se pagava 10.000 ducati riusciva ad avere una dispensa. Chiesto un prestito dai Fugger per 29000 fiorini, ottenne da Roma il permesso di vendere le indulgenze per un periodo di otto anni: metà del ricavato andava a Roma per la costruzione di S. Pietro, metà serviva per pagare il debito.
Lutero reagisce con Le tesi sulle indulgenze di cui leggo qualche stralcio:
La cinque “Il Papa non può rimettere alcuna colpa fuorché quelle che ha imposte per volontà sua o dei canoni”.
La sei: “Il papa non può rimettere alcuna colpa se non dichiarando e garantendo che è stata rimessa da Dio, o al più rimettendo i casi a sé riservati ove questi siano disprezzati, la colpa rimarrebbe certamente”
La 7: “Dio non rimette la colpa a nessuno senza sottometterlo al tempo stesso interamente umiliato a un sacerdote suo vicario “
La 12: “Nel passato le pene canoniche (le penitenze) erano imposte non dopo ma prima dell’assoluzione come prova di una vera contrizione”.
La 38: “Non di meno la remissione e la partecipazione del papa non è affatto da disprezzarsi perché essa è la dichiarazione della divina remissione.
La 40. “La vera contrizione cerca ed ama le pene; la prodigalità dell’indulgenza produce un rilassamento e fa odiare le pene o almeno ne offre l’occasione”.
La 43. Si deve insegnare ai cristiani che chi dà al povero o fa un prestito al bisognoso fa meglio che se comprasse indulgenze.
La 45. Si deve insegnare ai cristiani che colui che vede un povero e trascuratolo dà il suo denaro per l’indulgenza non s’acquista l’indulgenza del Papa ma l’indignazione di Dio.
La 50. Si deve insegnare ai cristiani che se il Papa conoscesse le estorsioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di S. Pietro andasse in cenere piuttosto che fosse edificata con la pelle, la carne, e le ossa delle sue pecore.
La 76. Al contrario diciamo che le indulgenze papali non possono togliere quanto alla colpa neppure il minimo dei peccati veniali” Leggo le ultime dalla 92 alla 95:
“Addio dunque a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo “Pace, pace mentre non c’è pace”; salute a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo “Croce, croce mentre non v’è croce.” Si devono esortare i cristiani a seguire con zelo il loro capo, Cristo, attraverso le pene, le mortificazioni e gli inferni.
Sicché confidino piuttosto di entrare in cielo attraverso molte tribolazioni che per la sicurezza della pace.”

Quindi in questo contesto la riforma luterana ha rappresentato un’istanza che tenta di riproporre la dinamica del peccato, contro la versione per cui lentamente la penitenza cristiana si è trasformata in quel meccanismo funzionale legato al senso di colpa prodotto appunto dalla violazione della norma oggettiva e dal desiderio d’autopunizione e di sofferenza con la contrizione e con il desiderio di espiazione.

La riforma della penitenza nel Vaticano II

C’è voluto il Vaticano II per ribadire queste cose. Oggi se voi guardate nel Giubileo c’è un documento sulle indulgenze, ma se ci fate caso non ne parlano, o ne parlano pochissimo. E’ uscito un documento però che ha riaffermato in qualche modo la dottrina tradizionale e ha scatenato ancora polemiche
La problematica per cui la dinamica del peccato non è nella simbolica del peccato per la grande intuizione che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia, ma diventa quel marchingegno che funziona indipendentemente dalla religione e a volte funziona all’interno della religione per cui il nostro senso di colpa per la norma violata ha bisogno sempre di una qualche penitenza, sofferenza, pubblica o privata in modo da abbassare il livello di rimorso e di sentirsi a posto. Questo capite che è l’occultamento della dimensione religiosa. Ancora una volta la religione si trasforma nella tomba di Dio, e diventa tappabuchi per un Dio introvabile, perché serve per abbassare il livello di ansia che si produce in noi per la violazione della norma.

La Penitenza nel nuovo Rito della Penitenza ha uno sfondo battesimale esplicito (Cfr. RP n.7), sia nella rinuncia a Satana e alle sue opere (peccati), sia nel dinamismo della nostra liberazione ad opera dello Spirito Santo (Cfr. RP n.6). Richiamiamo rapidamente alcuni aspetti sottolineati dalla riforma conciliare e direttamente attinenti al nostro tema: l'importanza della Parola di Dio e la contrizione.
* Nessuno è capace di riconoscere i propri peccati se non è giudicato dal metro di Dio (Cfr. RP n.17). Ognuno tende a giustificare le proprie condotte. Solo il più della Parola di Dio mette scompiglio nelle nostre certezze e nelle nostre posizioni consolidate.
* Contrizione. S.Agostino affermava: "Sii tuo accusatore e Dio sarà tuo liberatore". La contrizione è il dolore di fronte al proprio peccato irrimediabile. Gli elementi rituali che sottolineano questa dimensione sono le lacrime, la confessione dei peccati, la prostrazione in ginocchio e a capo chino, il sottoporsi a penitenza talvolta umiliante.
I riti religiosi sono, per usare un'evocativa definizione di J.-Y.Hameline, "la messa in scena dell'ordine occulto del desiderio", dei fantasmi originari, spettatori di grandi sconvolgimenti cosmici, che continuano a ripercuotersi nell'inconscio collettivo. La ritualità ha inevitabilmente una funzione di gestione della "colpevolezza", cioè della contraddizione insita in ogni umano desiderio, che cerca la quiete senza mai trovarla. Questa inquietudine che fa balenare il desiderio dell'origine attraverso la perdita irrimediabile dell'origine, apre una breccia sul fronte compatto del desiderio edonista, perché in effetti non trova mai piena soddisfazione. Anche il narcisista comincia a dubitare di se stesso, delle sue evidenze. Il "carpe diem" diviene un'ossessione angosciante perché ogni godimento presente sfugge e con lui anche noi, privandoci della quiete. L'attingimento utopico del piacere si trasforma allora in risentimento oppure viceversa in invocazione di salvezza.
Qui la ritualità apre a nuove evidenze, a una nuova percezione del vivere e del morire e assolve il suo compito più delicato perché libera uno spazio in cui Dio può abitare, avendo l'uomo abbandonato la sua pretesa di riempire la casella vuota del desiderio sempre inappagato. Qui "tutto comincia con i denti, quando la bocca non serve più soltanto per baciare e per succhiare ma anche per masticare" (U.Galimberti). Se nella nostra bocca fatta per succhiare e baciare secondo il principio del piacere, c'è ancora qualche dente per lacerare il disegno quasi perfetto di autoliberazione di cui siamo dotati fin dalla nascita, significa che c'è ancora futuro, che possiamo ancora ri-nascere.
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