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Marisa Montesissa

Marisa Montesissa espone a Scipione


Galleria di opere esposte a Scipione Castello 56



MARISA MONTESISSA: LA TRACCIA E IL SEGNO



Un’osservazione di C.Geertz può aiutarci ad entrare nel complesso mondo simbolico di Marisa Montesissa: “La cosa che a quanto pare non riusciamo a tollerare è una minaccia contro i nostri poteri intellettivi, non tolleriamo che ci suggerisca che la nostra capacità di creare, capire e usare i simboli possa venir meno, perché se una cosa del genere potesse accadere ci ritroveremmo più sprovveduti di un castoro”.

E’ a questa urgenza simbolica che sembra rivolgersi l’opera di Montesissa. Avvalendosi dell’arte povera della terracotta abbina sapientemente figure geometriche in un tessuto di grande impatto emotivo e di rigore formale. Molti dei criptogrammi usati sono tracce ignote lasciate sulla terra, oppure riproposizioni di antichi segni, oppure impronte riconoscibili, che raramente mantengono il loro valore semantico e che il più delle volte acquistano nuovi significati in un contesto diverso. Sono steli, tondi, statue, composizioni con alcuni temi ricorrenti: la donna, la maternità, la fecondità, con le varianti legate ai quattro elementi terra, acqua, fuoco, aria sempre ad indicare i grandi simboli della vita come il centro del mondo, la pigna con valore apotropaico, il labirinto iniziatico, ecc.

Le statue-stele sono un capitolo importante dell’arte preistorica, che mantengono tuttora il loro fascino e dopo 50 secoli non cessano di turbarci. In Italia il gruppo più importante è situato in Lunigiana, ma vi sono attestazioni in Alto Adige, Valcamonica, Valtellina e Val d’Aosta. Le statue-stele sono dei monoliti, talora modellati dall’uomo e in questo si distinguono dai menhir, sui quali sono incise istoriazioni in basso e in alto rilievo. Probabilmente erano anche dipinte, sebbene non vi siano documenti in merito. I generi iconografici indicano gli attributi delle entità e sono immagini antropomorfe con particolare attenzione riservata alla faccia e alle braccia. Raramente si valorizza la parte inferiore.

Circa il significato attribuito a queste opere vi sono molte ipotesi: stele funerarie , cippi terminali, immagini di divinità, espressioni puramente artistiche senza finalità religiosa, figure di diavoli e di spiriti  malefici, rappresentazione degli avi o della Dea Madre, immagini di mitici guerrieri e di eroi. Se si esclude l’ipotesi puramente artistica senza finalità religiosa, che sarebbe l’unica eccezione nella concezione preistorica dell’immagine, ogni ipotesi ha la sua parte di validità. Probabilmente potevano avere la funzione totemica indicata da E.Durkheim per tenere insieme la potenza sacra del Mana e il gruppo sociale, indicato non da un animale totemico ma dalle sembianze antropomorfe di un eroe eponimo. Potevano delimitare o indicare un’area sacra con funzioni rituali complesse, di cui i funerali e il culto dei morti rappresentavano solo una delle diverse attività cultuali. Da questo punto di vista la collocazione in siti legati all’acqua e alle sorgenti diventa un indizio non trascurabile, dato il carattere purificatore e apotropaico dell’acqua.

Per la comprensione delle statue-stele può essere interessante la suddivisione in tre registri frequente nelle opere dell’area alpina.La faccia  antropomorfa, talvolta sostituita da un disco solare raggiante con due dischi minori ai lati, rappresenta il cielo e simboleggia colore e luce.
Il registro centrale tra collo e cintura è adornato di strumenti ed armi, simboli di ponza; di pendagli ad occhiale simboli di fecondità; di pettorali e collane, simboli di ricchezza. Questa parte rappresenta la terra e ciò che essa offre. Il registro inferiore, scarsamente rappresentato, talora ha la figura del carro o dell’aratro, è sempre infisso nel terreno e rappresenta gli inferi (cf. E.Anati).

Da questo punto di vista si evince il carattere cosmologico delle statue-stele, rimarcato dalla cintura, che simboleggia il fiume che divide la terra dall’oltretomba. Tali simboli hanno attraversato i secoli con una significativa invarianza. Chi non ricorda il fiume Lete con Caronte che traghetta i morti nell’oltretomba? Così in molti miti di diverse culture si ripropone lo schema antropomorfo tripartito. Le statue stele sono dunque una condensazione simbolica della visione del mondo dell’uomo tradizionale, con carattere sacrale e rituale, mantenuto nei millenni. Molte chiese cristiane sono state costruite su quei luoghi e spesso hanno incorporato le statue-stele come quella collocata al lato dell’ingresso della chiesa di Campoli o sul sagrato della chiesa di Scorcetoli o nella cripta della Pieve di Filattiera.


La riproposizione delle statue-stele di Marisa Montesissa sono il tentativo di trascrivere una sacralità originaria mai cancellata dalla coscienza umana, neppure dall’epoca della secolarizzazione e della emancipazione di un mondo diventato adulto. Anzi sono il segnale di una nuova sacralità: non più nel segno della prima ingenuità dell’immediatezza di un mondo abitato da spiriti, ma nella seconda ingenuità chiamata da P.Ricoeur “ermeneutica”, in cui è necessario non solo credre per comprendere ma anche comprendere per credere.

Questa seconda sacralità invoca i linguaggi simbolici che le chiese tradizionali hanno rischiato di perdere e che non sono accessibili nella generica esperienza della fruizione estetica. M.Montesissa ha il coraggio di reinterpretare gli artefatti del passato con la loro immobile sacralità evocatrice dell’immemorabile, di ciò di cui non si può parlare e si deve tacere oppure trascrivere nei criptogrammi dell’arte.

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