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Questione religiosa - 1
RIFLESSIONI A SALSOMAGGIORE
temi di teologia

Roberto Tagliaferri
"La questione religiosa in un mondo post-cristiano"
Summary: 1. Oblio e risentimento contro il Cristianesimo: secolarizzazione e post-Cristianesimo. 2. Riscoperta e nostalgia del religioso. 3. Commistioni tra religione e potere politico. 4. Questione religiosa come esperienza dell’esteriorità e della differenza. 5. Cristianesimo kenotico e neopaganesimo.

1. Secolarizzazione e post-Cristianesimo

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di questo singolare titolo: esiste dunque una questione religiosa? Sì ed è una delle più importanti tra le tante questioni citate del XX secolo. Il fatto che non se ne parli è dovuto a quella specie di omertà esistente riguardo questo genere di problemi. In Italia infatti abbiamo una Chiesa cattolica molto forte ed è quindi difficile dibattere su questi temi, cosa che avviene invece all’estero più facilmente. Anche la stessa pubblicistica denuncia quanto in Italia sia difficile il dibattito riguardo questi problemi; appena si osa dire qualcosa riguardante il tema religioso, si teme sempre di offendere qualcuno.

Tante questioni hanno agitato il XX secolo: pensate a quella dei totalitarismi, alla fine delle ideologie, all’olocausto, ad altre questioni molto più limitate ma di grosso impatto a livello di coscienza morale come le guerre nelle varie regioni, la violenza, come la questione culturale cioè la relazione tra le culture diverse che è un enorme problema di cui non ci rendiamo conto, la questione della giustizia tra il Nord ed il Sud del mondo, ecc.

La questione religiosa è una delle tante ma io dico che sia molto singolare, certamente importante perché per la prima volta nella storia si dibatte il tema religioso in questi termini. Non era mai esistito nella storia un ateismo di massa; erano esistiti degli spiriti particolari legati soprattutto al secolo dei lumi, che rigettavano le religioni tradizionali. Sono sempre esistite anche le questioni di tipo sociale, ma religiosa e nel modo in cui si è posta nel XX secolo non era mai esistita.

Per la prima volta l’atteggiamento degli uomini è di rigettare il fatto religioso; non si conosce nella storia dell’umanità un fenomeno analogo. Ciò è talmente vero che il Concilio Vaticano II inaugurato nel 1962 da Giovanni XXIII, venne indetto proprio per rispondere in qualche modo alla problematica della modernità ed all’istanza dell’irreligiosità . La Chiesa prese atto che più il mondo progrediva con le acquisizioni della moderna tecnologia, con i fenomeni sociali dell’urbanizzazione, dell’aumento dei profitti, proprio di fronte a questi fenomeni di tipo sociale e politico, si verificava dall’altro lato una regressione del fatto religioso. Tant’è che qualche sociologo, per esempio Sabino Acquaviva, in un famoso libro degli anni ’60, “L’eclisse del sacro”, dal punto di vista sociologico diede quasi una “legge” sociologica per cui sembrava che con il progresso del mondo moderno ci fosse la regressione della religiosità e che fosse inversamente proporzionale, più aumentava la modernità, più regrediva la religione. Qualcuno aveva ipotizzato che quando la modernità sarebbe arrivata anche nelle campagne, il fatto religioso sarebbe diventato in una fase che in termini antropologici si chiama della “sopravvivenza”, cioè un fatto del passato che ha ancora degli strascichi, ma che non è più in grado di incidere sulle coscienze individuali e collettive. Il Concilio Vaticano II nacque in questo clima e nella costituzione apostolica sulla Chiesa nel mondo moderno, fece un'analisi in cui si diceva che il cambiamento dei tempi avrebbe provocato profonde mutazioni a diversi livelli, anche a quello religioso.

Ve lo leggo è il nr. 7 di Gaudium et Spes: “Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori tradizionali soprattutto fra i giovani….. Anche la vita religiosa è sotto l’influsso delle nuove situazioni.” Si prende quindi atto che le nuove situazioni portano ad un deterioramento del fatto religioso. “Da un lato un più acuto senso critico la purifica (la religione) da ogni concezione magica del mondo e dalle sopravvivenze superstiziose ed esige un’adesione sempre più personale e attiva alla fede.

Notate quindi che il Concilio Vaticano II produsse una svolta epocale su questo fronte. La Chiesa veniva dalla questione romana, cioè dal non expedit per cui i cattolici si erano ritirati dalla vita pubblica, da quando lo Stato italiano confiscò lo Stato Pontificio. La questione romana ebbe delle ripercussioni molto ampie nel tempo e come mentalità rimase nonostante i cattolici venissero successivamente “sdoganati” ed attraverso il movimento popolare entrassero nella politica attiva della Democrazia Cristiana.

Rimase comunque questo atteggiamento ostile nei confronti della modernità e dello Stato laico italiano. Ricordate ad esempio nel secolo scorso Il Sillabo, che condannava in fondo tutta la modernità? E nei confronti anche dello Stato italiano c’è sempre stato un atteggiamento piuttosto ostile, come se lo Stato Pontificio fosse stato defraudato di un suo diritto naturale.
Il Concilio Vaticano II che fu ecumenico e quindi convocò i vescovi di tutto il mondo e non più solo gli italiani come avvenne nei precedenti, cambiò atteggiamento. Non c’era più ostilità verso il mondo moderno, anzi il fenomeno tipicamente dell’occidente detto “secolarizzazione”, (riduzione progressiva del fatto religioso con la crescita dell’industrializzazione), non veniva visto negativamente e ciò era un fatto clamoroso nuovo, una svolta epocale. Anzi, si attribuiva alla “secolarizzazione” una accezione positiva, proprio come è scritto qui: “…da un lato un più acuto senso critico purifica la religione da ogni concezione magica del mondo e dalle sopravvivenze superstiziose ed esige un’adesione sempre più personale ed attiva alla fede”.

Dunque quello che il mondo moderno ha prodotto, una messa in crisi del fatto religioso viene vista in termini positivi perché finalmente si arriverà ad una fede più personale, purificata da tutte le pratiche di tipo magico - religioso.
Il Concilio attribuisce valore positivo a questo fenomeno che è molto ambiguo, il fatto cioè, che la religione soffra il nuovo clima di modernità; il Concilio tuttavia attribuisce un valore positivo a questo evento perché nella coscienza credente poteva instaurarsi una fede più personale e non più per sentito dire o di tipo sociologico legata alla tradizione, ma poteva diventare il momento per un’adesione personale, più libero e consapevole.

?D’altro canto però,? continua il testo ?moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla religione.? Questo è il fatto ambiguo. ?A differenza dei tempi passati negare Dio o la religione , o farne praticamente a meno ? (quello che si chiama ateismo pratico, nessuno nega Dio ma è come se non ci fosse)? non è più un fatto insolito e individuale come si verificava nei secoli passati; oggi infatti non raramente un tale comportamento viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di Umanesimo.? Cioè il non essere religiosi, il rigettare la tradizione religiosa in cui si era nati e cresciuti, non era semplicemente una dimenticanza. Molte volte questo fenomeno collettivo è legato al progresso scientifico, è un nuovo tipo di umanesimo. Vale a dire che il Cristianesimo ha talmente trovato pane per i suoi denti che viene messo in crisi da fenomeni come il progresso scientifico, oppure un nuovo tipo di Umanesimo, una concezione diversa dell’uomo. Il Cristianesimo non può più avere una sorta di monopolio sulla visione del mondo e sulla visione dell’uomo. Quindi non sono fenomeni patologici marginali, diventano ormai fenomeni coscienti in cui l’emarginazione del fatto religioso è una scelta positiva, consapevole.
“Tutto questo in molti Paesi non si manifesta solo a livello filosofico ma invade in misura notevolissima il campo delle lettere, delle arti, dell’interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi della stessa legislazione. Tutto ciò è clamoroso in quanto la visione del mondo non più religiosa, coinvolge il mondo in tutti gli ambiti: non solo le scienze, ma anche la legislazione, le scienze umane, l’arte la letteratura. “Di qui il disorientamento di molti”.
Un testo molto importante a mio parere perché segnala proprio che la questione religiosa risulta saliente nel ‘900 e rimarrà presumo importantissima anche nel XXI secolo.
Cos’è successo perché la religione sia stata messa in crisi? Nei secoli scorsi si sarebbe potuto mettere in crisi tutto, anche il padre e la madre, ma non il fatto che ci sia Dio. Gli antichi dicevano che si sarebbe potuto trovare una città senza mura o senza moneta, ma non una città senza Dio. Quindi un fatto nuovo nella storia dell’umanità, ancora più nuovo perché la Chiesa ha vissuto per almeno 1500 anni in un clima di monopolio. Ho detto in un mondo post-cristiano: perché cosa vuol dire post-cristiano? Perché è finito il regime della cosiddetta cristianità, cioè Il regime per cui si diventava religiosi non per scelta ma per nascita, si nasceva cristiani. In un mondo post-cristiano vuol dire che non si è più cristiani per nascita; ormai sono fenomeni socialmente notevoli.
Anche in città cattoliche come Monaco per esempio i battesimi dei bambini non superano il 10%; la pratica religiosa è diminuita drasticamente per cui a fronte anche di molte persone che non negano il fatto religioso, vi sono tante persone che hanno abbandonato da tempo la dimensione religiosa.

Vorrei segnalarvi alcuni percorsi che ci aiutano a riflettere su questa questione religiosa, perché se la si occulta, provoca e provocherà dei seri problemi sia all’interno della Chiesa, sia per quel che riguarda l’istanza religiosa che agita tanti uomini che sono usciti dalla Chiesa, ma che hanno avuto un rigurgito di domanda religiosa.

Uno dei percorsi che vi posso proporre di questa critica al fatto religioso lo traggo da questo straordinario manifesto “L’anticristo” di F. Nietzsche, che non viene letto perché è molto duro. Voi sapete che nel secolo scorso ci sono state altre istanze che portavano verso un tipo di materialismo, una critica del fatto religioso. Mi riferisco per esempio a Marx che ha avuto poi ripercussioni anche per tutto il ‘900. Ancora oggi ci sono poche istanze di tipo marxiano, è stata un’onda lunga però per quel che riguarda il fatto religioso la critica marxiana è di poco spessore, perché in fondo Marx non combatte la religione. Nell’ideologia tedesca Marx sostiene che la religione è oppio, ovvero sarebbe una cura inadeguata per guarire la malattia. La malattia è l’alienazione per le strutture economiche sbagliate, è l’alienazione di tipo economico; la religione dà un rimedio ma è totalmente inefficace perché seda come una droga il sintomo, ma non va alla causa. Quindi Marx non se la prende direttamente con la religione; dice solamente che crollerà quando avremo tolto la causa dell’alienazione. Quindi, tranne pochi episodi di intolleranza religiosa come nei paesi dell’est durante la guerra fredda, quando la Chiesa cattolica perseguiva anche una politica anti-marxista, a fronte di questi episodi anche duri di intolleranza e persecuzione, non c’è mai stata una vera critica teoretica alla religione. Anche la cultura italiana che è stata di ispirazione marxista per molto tempo, dalla teoria dell’intellettuale organico di Gramsci pervade ancora oggi non ha mai avuto una critica vera di fronte al fatto religioso, tanto che alla fine dal punto di vista politico ci fu un singolare convergere di marxismo e di ideologia cattolica. Adesso non fanno fatica a stare insieme, si sono combattuti moltissimo e adesso sono insieme, perché non c’è mai stata una dura presa di posizione nei confronti del fatto religioso.

Un altro autore che ha criticato duramente la religione come Freud l’ha criticata più sul versante delle nevrosi: se una persona è nevrotica non c’è rimedio, rimane nevrotica. Perciò i cristiani soffrivano di questa nevrosi ossessiva e colloca quindi il fatto religioso in una dimensione patologica, ma come ce ne sono tante di patologie. Invece chi ha preso di punta il fatto religioso è Nietzsche che sostiene che il Cristianesimo è contro l’umanità.

Vi leggo qualcosa, anche nella stessa “Genealogia della morale”, cosa non dice dei preti: Per esempio: “Cos’è l’uomo? Tutto ciò che eleva il senso della potenza alla volontà di potenza“. Non confondete la sua volontà d’onnipotenza con nazismi vari che sono cose che ormai più nessuno accetta; “che cos’è cattivo? Tutto ciò che ha origine dalla debolezza. Che cos’è la felicità? Sentire che la potenza sta crescendo e una resistenza viene superata. I deboli ed i mal riusciti devono perire. Questo è il principio del nostro amore per gli uomini e a tale scopo si deve anche essere loro d’aiuto. Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? Agire pietosamente verso tutti i mal riusciti e i deboli – il cristianesimo….Il problema vero riguarda l’educazione delle persone perché noi abbiamo allevato degli animali che sono pecore, che non hanno il coraggio della vita. E’ stato proprio questo invece ad essere particolarmente temuto. Esso è stato fino ad oggi quasi, la cosa terribile e prendendo le mosse dal timone è stato ottenuto, voluto il tipo opposto, l’animale domestico, da armento, l’uomo come animale malato - il cristiano”. Circa il Cristianesimo: “Il Cristianesimo ha preso le parti di tutto quanto è debole, abbietto, mal riuscito, della contraddizione contro gli istinti di conservazione della vita forte ha fatto un ideale, ha guastato perfino la ragione….” Vi leggo ancora un pezzetto, anche se ce ne sarebbero molti: “Nel Cristianesimo vengono in primo piano gl’istinti dei sottomessi e degli oppressi, sono i ceti più bassi quelli che cercano in esso la loro salvezza. Qui la casuistica del peccato, l’autocritica, l’inquisizione della coscienza vengono esercitati come occupazione, come rimedio contro la noia. Qui l’affetto verso un potente chiamato Dio viene tenuto costantemente acceso per mezzo della preghiera.
Qui quanto v’è di più alto è considerato inattingibile, un dono, una grazia. Qui mancano pure le porte aperte il nascondiglio, il luogo oscuro ai cristiani. Qui la carne viene disprezzata, l’igiene rifiutata in quanto sensualità. La Chiesa oppone resistenza alla pulizia (la prima misura adottata dai cristiani dopo la cacciata dei Mori, fu la chiusura dei bagni pubblici, mentre la sola Cordova ne possedeva 270. Il cristiano è un certo senso di crudeltà verso sé stessi e gli altri, l’odio contro coloro che pensano diversamente, la volontà di perseguitare, solo in primo piano immagini cupe ed eccitanti gli stati d’animo massicciamente agognati, con nomi eccelsi sono quelli epilettoidi. La dieta è scelta in modo da favorire fenomeni morbosi e sovraeccitare i nervi. Cristiano è lavorare, è la mortale inimicizia verso i signori della Terra, contro i nobili. Cristiano è l’odio contro lo spirito, contro l’orgoglio, il coraggio, la libertà; cristiano è l’odio contro le gioie dei sensi, contro la gioia in genere”.

Capite che questo è un attacco frontale; qui non è questione di oppio o di nevrosi, qui essere cristiani è andare contro l’umanità. Le accuse sostanziali sono di questo genere: il Cristianesimo è una vera malattia perché interdice agli uomini di essere uomini attraverso due meccanismi, e ne indica anche altri ma due sono sostanziali: il primo perchè rende gli uomini peccatori, dà loro il senso di colpa su tutto; infatti in un altro passo Nietzsche dirà che il Cristianesimo rende tutti peccatori per poi salvare, li schiavizza, non li lascia vivere, non li lascia respirare. Il secondo che è analogo al primo, in cui la carne viene disprezzata. Il Cristianesimo elimina tutto quello che sono i sensi, appunto la carne. La dimensione umana dell’uomo e in un altro passo dice che il Cristianesimo è un potere sulle coscienze che non possono esprimersi perché vengono sempre oppresse con sensi di colpa, il senso del peccato. “Il Cristianesimo vuole signoreggiare su animali da preda, il suo mezzo è renderli malati, indebolire è la ricetta cristiana dell’addomesticamento della civiltà”.
E’ una problematica che a distanza di un secolo è rimasta inevasa, perché? Perché troppo radicale. La critica di Nietzsche al Cristianesimo è troppo radicale e quindi è ancora lì che aspetta una risposta. Invece si è affermata sempre a livello di critica al Cristianesimo quello che viene definito anche dai documenti del Concilio “ateismo pratico”. Che cos’è?
Le persone che hanno subito trami molto forti dal punto di vista storico culturali come per esempio l’inurbamento. Noi forse non abbiamo più idea perché siamo la generazione successiva, ma i nostri nonni sono passati da bioritmi agricoli dove il senso del tempo era segnato dalle generazioni, dalle stagioni, ad un'altra misurazione del tempo, che sono le otto ore in fabbrica, un fatto dal punto di vista antropologico assolutamente traumatico. E questo fenomeno della nuova divisione del lavoro soprattutto industriale, poi anche il conglomerato urbano dove non c’era più il senso dell’appartenenza ad un gruppo sociale, per cui erano tanti individui lasciati a sé stessi, ha eliminato quel tipo di Cristianesimo che era sociale, cioè quello che dicevamo prima dell’essere cristiani per nascita. In un paese nessuno si permette di non battezzare i figli; in una grande città dove invece si è anonimi e dispersi, ciò non suscita nessun problema. E la forte accelerazione del tempo e dei nuovi valori industriali, soprattutto quelli dell’accumulazione di beni materiali ha prodotto un vero shock. La generazione che ha abbandonato la pratica religiosa è quella del dopoguerra: negli anni ’60 questa generazione ha sottolineato valori nuovi come quello del lavoro industriale perché dava un surplus e la possibilità di accumulo dei beni.

Anche la nostra gente di paese ha fatto del lavoro un vero mito: lavorano otto ore in fabbrica e ne fanno quattro dopo. Si fanno la casa, poi accumulano un po’ di soldi in banca, acquistano beni di consumo. I figli hanno poi contestato questo modello, ma non dicendo ?tu non vai in chiesa ci vado io? perché i padri mandavano in chiesa i figli, però dopo la II° - III° media i figli sparivano. I figli hanno contestato questa ingordigia nell’accumulo di beni. I sociologi dicono che sono diventati di moda i valori post-industriali: non tanti beni, tante case, ma vivere bene; non fare 18 ore di lavoro al giorno, ma le relazioni sociali, gli amici, lo sport, la cura del corpo.

2. Riscoperta e nostalgia del religioso

Con questo fenomeno si è verificato un fatto inatteso nella questione religiosa; Sabino Acquaviva all’inizio degli anni 60 vedeva che con il progredire dell’industrializzazione, l’accumulo dei beni, l’urbanizzazione, regrediva il fatto religioso. Con gli anni ’70 si è verificato un fatto nuovo, c’è stata un’inversione di tendenza, soprattutto la generazione successiva ma anche la generazione della prima urbanizzazione comincia ad avere ancora una domanda religiosa. La domanda religiosa si fa sempre più pressante e allora c’è l’altro elemento dell’ambiguità della questione religiosa del ‘900. A fronte di un fenomeno di dura critica e di rigetto pratico della religione tradizionale si ha dall’altra parte una considerazione nuova, diversa del fatto religioso. Le prime avvisaglie sono avvenute molto tempo prima, all’inizio del secolo quando Emile Durkheim scrisse un libro che inizialmente non fu apprezzato, ma sarà apprezzato più tardi; Durkheim, padre della sociologia, scrisse “Le forme elementari della vita religiosa” dove sosteneva che il fatto religioso è fondamentale per la vita della società. La società, cioè, senza la religione è destinata a disintegrarsi. Inizialmente non si diede molto credito a questa versione di Durkheim perché sembrava eccessiva alle stesse chiese che soffrivano di critica contro le religioni, ma alla fine convinse molti. Il fatto religioso non è diverso dal fatto sociale. La società ha bisogno della religione perché deve reintegrare gli stati mentali dei gruppi., che si scontrano sempre per interessi di parte. Quindi il corpo sociale è destinato a frantumarsi se non ci fosse un elemento superiore, grado di rigenerare gli stati mentali della gente e di riportare tutto ai valori trascendenti condivisi. Questa è stata la prima avvisaglia ma poi il fenomeno si è fatto più massiccio quando a partire dalla seconda metà degli anni ’70 vi è stata una vera e propria inversione di tendenza, con gente che aveva una vera e propria domanda religiosa, che si è poi riversata soprattutto sulla scelta delle cosiddette “sette”. E’ un fenomeno ancora oggi molto diffuso. L’ultimo libro uscito è questo: “Credenti della nuova era” di Graham Harvey, che parla dei pagani contemporanei; sta ritornando di moda il paganesimo legato soprattutto a fenomeni ambientalisti. La nuova sensibilità verso l’ambiente, l’ecosistema, produce una nuova forma di religiosità molto tollerante verso tutti, che però non prende più in considerazione le grandi religioni tradizionali. Non solo il Cristianesimo ma anche altre religioni tradizionali come il Buddismo, l’induismo, sebbene questo fenomeno vada visto soprattutto nell’Occidente perché l’Islam, al suo interno, non soffra di questo problema. Io non posso soffermarmi su questo, ma arriverei invece ad un altro quesito. Perché a fronte del risveglio della domanda specificatamente religiosa, dopo il periodo della socializzazione in cui la domanda religiosa era stata abbandonata, perché come si risveglia la domanda religiosa, costoro non si rivolgono più al Cristianesimo? Sono tante le risposte, ve ne segnalo una che è di Gregory Bateson e in questo libro propone il “sacro ecologico” come lo definisce lui. Bateson dice che intanto il fatto religioso è importante. Egli è cresciuto nel più puro positivismo anti-religioso della tradizione anglosassone; alla fine della sua vita si pone dei problemi: che domande sono che cos’è l’eresia e che cos’è un sacramento? Risponde: “ Sono domande profondamente umano, questione di vita o di morte, di equilibrio o di pazzia per milioni di persone e le risposte sono celate nei paradossi generati dalla frontiera fra creature “ Cioè si avvede che il fatto religioso è ineliminabile. Vedremo poi perché non si rivolge alle religioni.

Vi segnalo intanto anche un altro autore Chet Raymo (Il dubbio e la fede), giornalista ma anche scienziato. In questo libretto troviamo per esempio in modo clamoroso che l’ala più estremista della scienza, che è sempre stata scettica, (positivismo scettico, perché l’ipotesi scientifica ha sempre contrastato con il dogma religioso; sapete che la fede non ha mai dato tregua alla scienza, ha contestato Galileo, l’evoluzionismo darwiniano, ha contestato un po’ tutte quelle che sono state le grandi acquisizioni. A volte con qualche ragione, ma sostanzialmente sbagliando, come è stato riconosciuto anche recentemente, perché in nome della propria verità di fede ci si permetteva di dare giudizi perentori su altre interpretazioni, ad esempio sull’origine della vita, sull’evoluzione degli esseri nel modo). Su questo punto i positivisti, quelli cioè che davano libero corso al metodo induttivo dei fatti, cioè finché le nostre teorie sono comprovate dai fatti le teniamo, altrimenti le abbandoniamo. Costoro, che tenevano un atteggiamento religioso sostanzialmente scettico, oggi si pongono molte domande di tipo religioso. Questo è un libro così e parla di malessere spirituale anche all’interno della scienza che ha avuto molti successi. ?La perdita del senso del sacro non è certo il risultato di un aumento della conoscenza ma la prova,? e questo è molto interessante, ?del fallimento delle religioni tradizionali.? Cioè oggi non si contesta più il fatto religioso come lo contestava Nietzsche, contro il genere umano, sebbene sia una lezione su cui si dovrà ritornare; oggi si contestano molto le religioni tradizionali, cioè quelle che hanno intorno il maggior numero di adepti. Dice proprio così: ?La perdita del senso del sacro non è proprio il risultato di un’ aumento della conoscenza?; egli contesta il fatto che la perdita di sensibilità religiosa possa essere una conquista dell’umanità. ?Tuttavia questo fallimento è dovuto in alta misura alle grandi religioni tradizionali, che nel loro tentativo di inserire una scoperta scientifica in una grande cornice di spiritualità e cultura religiosa.? Quindi vedete che anche nell’ambito più duro, antireligioso, scettico, che non concedeva spazio all’ambito religioso, oggi c’è attenzione , però c’è critica alle grandi religioni. Io dico che può darsi che ci sia un atteggiamento eccessivo, ma vale la pena fare i conti con questo tipo di critica, altrimenti noi stiamo in quell’atteggiamento di chi è rassicurato dalle proprie certezze e non si avvede di quello che sta succedendo. Questo sarebbe un atteggiamento imperdonabile anche per noi stessi se vogliamo, come dice il Concilio, approfittare dell’occasione della messa in crisi della nostra fede per avvalorare, approfondire una tesi più personale. Qual è per esempio la critica che fa Bateson alle grandi religioni? Dice: ?Le grandi religioni storiche o hanno dato risposta a queste domande senza soffermarsi a riflettere??
Fa tutta una serie di domande e ve ne leggo qualcuna: “Questo Dio avrà il senso dell’umorismo?” Questa è molto simile alla domanda di Giobbe “Potrà questo Dio ingannarmi? Commettere errori?” La Bibbia era molto più libera; per esempio al momento della creazione Dio ha commesso un errore, ha creato l’uomo senza la donna; subito dopo si è emendato e ha creato la donna. Può darsi che poi ripensandoci in un secondo tempo possa pentirsi ancora…..! Almeno Lui che è un Dio potrà commettere errori….
“Potrà Dio mai manifestare patologie mentali, le sue piccole nevrosi,” ma non gravi….
Sarà sensibile alla bellezza? O alla bruttezza ? Quali eventi o circostanze potranno mai sollecitare i suoi organi di senso, avendo organi di senso? Ma avrà poi organi di senso o un sistema del genere ? E avrà limitazioni di soglia ? Sarà capace di attenzione ?” Tutta la Bibbia è un grido perché Dio è disattento. “Un Dio siffatto può conoscere l’insuccesso?”
Qui la cosa si fa seria perché il testo sacro pone questa problematica di un Dio che nei confronti dell’uomo deve rifare i giochi perchè viene messo in scacco dall’uomo. “Può avvilirsi? E infine può essere cosciente?” Le grandi religioni storiche o hanno dato risposte a queste domande senza soffermarsi a riflettere che si tratta di domande che possono avere più di una risposta, oppure hanno nascosto i problemi sotto una massa di dogmi e di riti. Tali domande possono in effetti turbare la fede e quindi già bastano forse a definire un territorio dove gli angeli a ragione esiterebbero ad usare il piede” (titolo del libro “Dove gli angeli esitano”).
“Comunque data una qualsiasi religione derivante dalla cibernetica e dalla teoria dei sistemi e dall’ecologia e dalle storie naturali, due cose sono chiare: “(sentiamo la critica che fa alle grandi religioni)” primo che nel porre le domande non metteremo limiti alla nostra hubrys, secondo che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte ma grande timore nel porre le domande.”
Cioè perché vengono rifiutate le grandi religioni? Perché di fronte alle domande più fondamentali loro hanno sempre la risposta e non hanno mai il dubbio che ce ne possano essere tre o quattro di risposte e non prendono mai sul serio le domande degli uomini. perché hanno paura. E in questo senso le religioni perseguono una strategia che collima un po’ con la nostra psicologia. Sempre in questo libro, Raymond si pone le consuete domande: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? Dice che riguardo le prime due gli uomini continuano a chiedere spiegazioni e quindi ben venga una religione che dà delle risposte; non si pongono gli uomini la radicalità della domanda perché può essere tanto radicale per cui non ci sarebbe risposta. E l’accettare la questionabilità dell’uomo senza risposta può essere straordinario. Ma gli uomini non vogliono la domanda senza risposta, vogliono la risposta, quindi le religioni hanno buon gioco a dare una qualsiasi risposta. Tu dai una qualsivoglia risposta a una domanda precisa dell’uomo e tu troverai sempre qualcuno che ti segue. A maggior ragione le religioni quando mettono in pista Dio sottovalutando del tutto le domande e invece enfatizzano le risposte. Riescono a rendere ridicolo addirittura il soffrire ed il morire; il patire è ingiusto perché è talmente forte la risposta, che al fine la domanda, il tuo soffrire, il fatto che tu devi sputare la vita, diventa quasi irrisorio. E la terza domanda ossia dove andiamo? Non vuole spiegazioni, ma vuole rassicurazioni. La religione ha buon gioco a darti delle rassicurazioni perché ti parlano di paradisi, inferni, però non prendono mai seriamente in considerazione se ci sarà un futuro, se ci po’ essere speranza, se l’umanità insieme a tutto il cosmo sia dentro ad un quadro in cui ci sarà appunto un futuro…Questa è la questione che pongono radicalmente alle chiese, alle grandi religioni che in fondo si sono trasformate in agenzie di rassicurazione, sono burocrazia del senso della vita che alla fine disprezzano l’uomo con le sue domande, perchè quello è irrisorio rispetto al quadro ideologico delle loro risposte.

3. Commistione tra religione e potere politico

Vorrei a questo punto porre la problematica come viene da un grande sociologo in questo libro di Marcel Gauchet, questo libro che è stato accolto con grande favore dappertutto dove è stato pubblicato. E’ un libro straordinario intitolato ?Il disincanto del mondo?, una storia politica della religione. Cos’è questo disincanto? Significa che il mondo non è più fatto di dei, spiriti; non c’è più bisogno di mettere l’angoliera nell’angolo della casa perché hai paura che lì ci siano i demoni. Un mondo senza dei, abitato dagli uomini che finalmente guardano in faccia i loro problemi. In questo libro davvero straordinario, Gauchet pone alcune provocazioni; intanto Gauchet è di scuola durkheimiana, tuttavia non riduce il fatto religioso a fatto sociale come faceva Durkheim, anzi Gauchet ritiene che il fatto religioso abbia una propria consistenza. Non critica il fatto religioso come se fosse una cattiva coscienza dell’uomo, lo apprezza, è che sostiene alcune tesi di grande valore. Per esempio comincia a dire che il fatto religioso ha avuto, in quello che lui chiama periodo assiale, che va dal VI° secolo al II° secolo a.C., un’accelerazione importantissima, decisiva per la storia dell’umanità, che riguarda la divaricazione tra il quaggiù e l’aldilà. Che cos’è questa divaricazione? E’ la consapevolezza da parte delle culture e delle religioni che Dio abita in cielo e gli uomini in terra. Gesù Cristo è l’esponente che in modo più chiaro ha sottolineato questa divaricazione. Cioè la terra non è abitata da dei e quindi il rapporto tra il cielo e terra è un rapporto di autonomia. Cioè libera Chiesa in libero Stato. Dio è in cielo, per dire una metafora e gli uomini sono in terra. Dio non è geloso della felicità degli uomini.
Questa divaricazione è un fatto assolutamente sostanziale, dice per la coscienza dell’umanità. Gli uomini hanno diviso quelle che sono le incombenze e le questioni che avvengono sulla terra dalla questione religiosa. Dio non è più il tappabuchi dei problemi che ha l’uomo sulla Terra. Dio è Dio, l’uomo è chiamato a vivere il rapporto con Dio come rapporto autonomo dove Dio non è più il tappabuchi (Bonhoeffer) che mette a posto le cose della Terra. “Divaricazione fra il quaggiù e l’aldilà, soggettivazione del principio divino, (Dio diventa Dio altro, non diventa la tua mucca, il tuo asino, in quella specie di panteismo in cui Dio si mischia col mondo). Il mondo non è altro che una propaggine di Dio dove ci sono tutti dei gradi che vanno da Dio fino all’ultimo essere, in questa specie di sequenza, di progressiva emanazione fino all’ultimo essere. Ma Dio è Dio; è il principio che in fondo è già nella Bibbia, il mondo è autonomo, ha una sua autonomia, non è Dio che sta lì tutti i momenti a mettere a posto qualche birillo che non va. “Universalizzazione della prospettiva della vita”. Questo è il periodo
Cosa è successo in questa divaricazione, in questa mondanizzazione del mondo che permette di identificare il fatto religioso come fatto autonomo che non va sempre di pari passo col mondo? Il visibile e l’invisibile nella versione precedente a questo periodo assiale si congiungevano su tutti i loro punti come una sola identica realtà (come panteismo). Qui l’evento è proprio la ristrutturazione del visibile e dell’invisibile, la congiunzione si mette in disgiunzione, la complementarietà in differenza, la saldatura in distacco. Questo è un fenomeno assolutamente straordinario e Gauchet sostiene che questa divaricazione in cui Dio viene letto nella sua autonomia rispetto ai problemi del mondo ha trovato la sua sottolineatura più grande in Gesù Cristo, quando nella sua predicazione fa emergere le esigenze di Dio rispetto alle esigenze degli uomini. E quando tentano di mischiare le cose Gesù tende sempre a dividere (date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio). Sempre secondo Gauchet succede che la Chiesa non rimane fedele a questo principio: da una parte proclama l’alterità di Dio, e dall’altra la elimina perché in nome di Dio poi vuole gestire il mondo. E ripristina ancora quel paradigma di ingerenza di Dio in tutte quelle cose che sono degli uomini. Dice: “Tutta la storia religiosa intellettuale dell’Europa cristiana si aggirerà attorno questo unico medesimo obiettivo centrale: pressione a favore dell’onnipotente esteriorità di Dio, (quindi si afferma che Dio è l’altro, l’Onnipotente, Signore, però a fronte di questa affermazione di principio sforzo per opporvisi o per contrastare i suoi effetti.” Finché può la Chiesa si oppone, quando non può almeno tenta di limitare gli effetti. In questo modo si ripristina quella confusione, quel paradigma fra Dio e il mondo per cui la gestione del mondo, alla fine, diventa la gestione religiosa. Voi capite che una miscela come questa è esplosiva; in un mondo che è diventato mondano, che ha avuto la capacità di diventare adulto, “Sapere aude”, secondo il programma illuministico, se tenti ancora di immettere la dimensione del religioso in quella che è la gestione dei problemi degli uomini lì esplode tutto. Chi ha una domanda specificatamente religiosa non va più dalla Chiesa ma va da un’altra parte, che gli dà un tipo di risposta religiosa al problema religioso. Chi non mette come condizione del fatto religioso la gestione per esempio della propria vita privata, della propria morale, o della morale di un popolo, o di un gruppo. Da questo punto di vista, Gauchet per esempio arriva a sostenere che ci può essere paradossalmente una società di credenti in una di non più credenti. “Al limite si può concepire una società che comprenda esclusivamente dei credenti e che sarebbe non di meno una società al di fuori del religioso.” Cosa vuol dire? Una società che non mischia il religioso con gli affari della politica, dell’etica, della bioetica. Perché dice paradossalmente? Perché è ben difficile tenere assolutamente distinti questi ambiti, perché un credente in qualche modo vive la sua fede anche con ripercussioni di tipo sociale. Ma dice che paradossalmente, tanto per capirci, potrebbe esserci una società di credenti che non mischia la sua fede con la gestione del mondo sociale. Ancora per dire il rapporto tra quello che è successo a Cristo e quello che poi ha fatto la Chiesa: dice “L’intervento cristico, Gesù Cristo no, rendeva bensì possibile in generale, l’apprestamento di un ermeneutica istituzionale, poneva il problema se vogliamo esprimerci in senso ancora più ampio, di un’operazione intermedia di comprensione fra il messaggio divino e la sua ricezione da parte di tutti i fedeli e di ciascuno di essi. Ma essa non comportava per nulla, (in quello che ha fatto Gesù Cristo) in modo obbligatorio che su questa base venisse edificata un’istituzione la quale pretende di avere il monopolio della mediazione tra Dio e gli uomini, in quanto duplica in modo permanente la mediazione del figlio”. Cos’è l’illegittimità? E’ che la chiesa si è presa il monopolio della relazione tra Dio e gli uomini, dicendo che permane la mediazione, ma che questo permanere della mediazione è attraverso l’attivazione di un modello in cui la Chiesa rende adeguato l’essere religioso con la gestione del proprio essere nel mondo e questo dice che è incompatibile. Cosa rimane allora se c’è questa critica così forte del ruolo della Chiesa? Dice che si arriverà ad una religio -mentis, lui non ne parla così, è la religione del cuore, in cui il fatto religioso sarà sempre di più un fatto individuale in cui gli uomini vivono la loro relazione con Dio ma rigettano un tipo di istituzione del sacro che tenta di rendere compatibile Dio gestendo il mondo. Dice “Poiché se veramente Dio è quell’altro inesauribilmente differente nella sua suprema saggezza per ciò che riusciamo a comprendere, allora non c’è che l’intimo del cuore che possa accogliere l’enigmatico sconvolgente eccesso del significato. Notate che questo è già avvenuto. C’è un sacco di gente che ha abbandonato la religione di Chiesa e afferma una religiosità intima sua e non vuole più mediazioni. E’ di solito la gente che ce l’ha con i preti. E con questo tipo di riflessione concludiamo tenendo presente che nelle successive serate la questione religiosa sarà il tema dominante.
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