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Dio ha salvato Isacco - 5
RIFLESSIONI A SALSOMAGGIORE
temi di teologia

Roberto Tagliaferri
Perchè Dio ha salvato Isacco e non Gesù


Il primo ad interrogare radicalmente Dio sul Suo modo incomprensibile di atteggiarsi, fu Giobbe, il quale non ebbe risposte ed alla fine si rese conto della distanza tra la sua piccola mente e quella così vasta di Dio. Conclude, infatti, dicendo: ?Una volta ho parlato e non parlerò più?. Diciamo subito che non vogliamo spiegare i comportamenti di Dio anzi, ce ne potremmo proprio disinteressare, se non fosse che ci riguardano direttamente. Noi siamo, infatti, le sue cavie, il frutto dei suoi esperimenti.

Questo non è neppure il tentativo di vedere se anche per noi ci sia un Dio capriccioso, come nel mito del “briccone divino” degli indiani d’America, per i quali non si sa perché Dio faccia una cosa o l’altra, si diverta a fare cose fuori della norma, a mettere in difficoltà gli uomini. Non c’interessa verificare tutto questo, bensì trovare un’ipotesi più radicale e fondamentale che concerne due grandi temi della teologia. Uno è centrale e si chiama cristologia: si tratta di quell’ambito della teologia in cui si tenta di studiare qual è l’autocomprensione della fede della Chiesa. Gesù, infatti, non è un uomo come gli altri, ma è riconosciuto come il Figlio di Dio, il Cristo, il Messia atteso. La cristologia riguarderebbe, appunto, quest'affermazione di fede e quindi studia i titoli cristologici, quelli cioè che sono stati dati, e studia Gesù, per affermare quest’annuncio di fede.

Questo tema riguarda appunto la cristologia ed è strettamente legato anche alla problematica della scorsa volta; se ricordate abbiamo parlato di quel documento della commissione internazionale, “Purificazione della memoria e perdono dei peccati”. Questo è un tema che ha proposto, con una certa virulenza, la problematica di andare al nocciolo del Vangelo. Come facciamo oggi ad affermare che i nostri padri hanno vissuto male il Vangelo? Secondo che cosa, se non siamo in grado di attingere ad un nocciolo incandescente del Vangelo?

Ci sono tanti modi di interpretare la figura di Gesù, personaggio storico vissuto 2000 anni fa; tuttavia c’è un'interpretazione che è più fondamentale delle altre e lì sta o cade il Cristianesimo. Per porre una questione d’ordine cristologico, potremmo chiederci dov’è la più autentica, la più originaria interpretazione di Gesù? Dov’è il punto decisivo per cui il Cristianesimo si è poi staccato dal giudaismo, Cristianesimo che è nato dal giudaismo? E’ parte integrante della fede d’Abramo. Come mai il Cristianesimo ad un certo punto per esigenze interne e non solo di tipo politico-sociale, si è costituito come una religione diversa dal giudaismo? Qual è il problema, il nocciolo, la novità che ha portato Gesù Cristo rispetto al giudaismo? E questa novità è tale per cui il giudaismo è stato completamente superato? Com’è anche nella versione dei testi sacri, in cui si dice per esempio nella “Lettera agli Ebrei” che i nostri padri ebbero la promessa ma non conseguiranno il compimento.

Oppure vi sono già delle pagine, nell’Antico Testamento, che alludono in modo esplicito ad un paradigma della fede che Gesù poi ha completato. Qui c’è l’altra problematica del rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, in un andirivieni in cui è difficile accedere a questo filo rosso più profondo, che certamente Gesù ha inaugurato e che è già presente già nell’Antico Testamento; voglio dire che sia l’Antico sia il Nuovo Testamento presuppongono molte interpretazioni della fede. Nell’Antico Testamento è clamoroso e si capisce anche quel libro che si chiama Ta Bibblia perché è un insieme di libri e non uno solo, ed è stato formato in circa 1000 anni. Potete capire in 1000 anni cosa può succedere, quante reinterpretazioni della stessa fede. Ma la cosa straordinaria è che succede anche nel Nuovo Testamento; nel giro, infatti, di una generazione, la prima generazione cristiana, vi sono già delle interpretazioni piuttosto difformi sulla vita di Gesù.

E’ possibile rintracciare questo filo rosso così delicato, che in qualche modo riavvicina l’Antico al Nuovo Testamento, percui è impossibile ragionare come Marcione che affermava che ormai noi abbiamo conseguito il compimento, quindi la figura, la profezia dell’Antico Testamento non ci serve più. Invece l’Antico Testamento diventa una cartina di tornasole in cui noi possiamo approfondire più radicalmente quella che è l’intuizione fondamentale della cristologia più originaria e primitiva, in cui Gesù è colto nella sua identità più profonda. Questa problematica dunque non è da rotocalchi, per andare a sindacare il capriccio di Dio che fa del bene a qualcuno e maledice qualcun altro. E’ una problematica molto complicata che attiene alla stessa interpretazione della fede. Globalmente, nel suo paradigma più originario. Il senso di questo titolo, dunque, è di andare alla ricerca di quello che è il paradigma più originario della fede cristiana, che ha già nell’Antico Testamento delle espressioni straordinarie tra cui appunto la vicenda d’Isacco. Allora si potrebbe quasi ridefinire il titolo con queste domande: è proprio vero che la morte di Gesù è il punto decisivo della sua vicenda ?

Se analizziamo i testi sacri ci sono molti altri episodi della vita di Gesù che hanno rilevanza, provate a pensare alla nascita, ai miracoli. Una seconda domanda allarga la problematica del titolo: ma è stringente questa connessione tra la morte di Gesù (ammesso che sia l’evento decisivo la vita di Gesù, quello che fa luce su tutta la sua vicenda) ed il sacrificio d’Isacco? Cosa c’entrano questi due episodi che sembrano così lontani e in che modo si possono connettere? In che senso l’uno richiama l’altro? E non solo ma il senso dell’uno fa luce sull’altro, perciò noi potremmo capire di più la morte di Gesù, meditando su quella vicenda della Sacra scrittura della Genesi. E un terzo quesito: quale paradigma della fede della rivelazione suppone questa connessione tra il sacrificio d’Isacco e la morte di Gesù?

La questione del titolo si ribalta: non si tratta quindi come vi dicevo solo di capire le diverse strategie o i diversi umori di Dio che sembra agire secondo come si è alzato invece è in gioco la stessa identità di Dio in rapporto all’uomo. Questo è un punto delicatissimo, di difficile comprensione, il più radicale e decisivo di tutto il Cristianesimo, il punto dove l’incomprensione ha il massimo d’oscillazione perché la stessa affermazione di fede può essere intesa in modo totalmente diverso, e lo vedremo. Tre passaggi in cui tenterò di mostrare se è vero che la morte di Gesù è il punto più decisivo per interpretare Lui come il Messia. Il secondo passaggio: la connessione tra la morte di Gesù ed il sacrificio d’Isacco. Il terzo: il paradigma della fede che viene supposto.

Questo primo aspetto della centralità della morte di Gesù e la questione cristologica. Bultmann, in una famosa espressione disse, (prendendo spunto soprattutto dalla teologia di Paolo), che la morte di Gesù è il punto decisivo della sua interpretazione cristologica, l’annunciatore che annunciava Il regno di Dio? dice Bultmann, ?è diventato l’annunciato. Lui stesso è il regno di Dio. La Chiesa ha fatto dell’annunciatore Gesù l’annunciato. E il punto culminante di questa vicenda è appunto il suo morire. Di tutta la vita di Gesù, continua Bultmann quello che c’interessa è che Gesù sia vissuto e sia morto. Non c’interessa né come ha vissuto, né com’è morto perché è il kerigma, cioè l’annuncio di fede di Gesù crocifisso che diventa il nocciolo della fede. E’ come se noi potessimo cancellare tutta la vita del personaggio storico Gesù e tenere solamente la morte.

Per affermare paradossalmente l’assoluta centralità del morire. Questo è il pensiero di Bultmann, altri lo hanno poi corretto affermando che non si capisce allora come mai i Vangeli abbiano tanta attenzione al Gesù storico, sebbene tutti gli episodi del Vangelo non siano fatti storiografici, ma siano fatti interpretati a partire dalla fede.
Vediamo in una rapidissima scorsa se è vero che la morte di Gesù è il punto decisivo. Vorrei intanto richiamarvi alla struttura del kerigma che sarebbe la pillola catechetica per dire chi è Gesù: secondo il vecchio catechismo di S. Pio X c’erano prima le domande, poi le risposte. Se noi dovessimo fare la domanda: chi è Gesù? La risposta sintetica si potrebbe dire con quello che veniva dal kerigma da kerussein, annunciare. Il kerigma ha tre elementi: Gesù, di tutta la vita di Gesù, il crocifisso, e terzo elemento “risuscitato da Dio”. Per esempio gli “Atti degli Apostoli” hanno moltissimi annunci brevi della fede. Uno brevissimo è questo: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore Cristo, (sono due titoli cristologici che interpretano Gesù come Dio), quel Gesù (della storia) che voi avete crocifisso. Vedete che del Gesù della storia interessa solo la crocifissione, la morte. Potremmo prendere in considerazione molti kerigma, ma non ne abbiamo il tempo. Ci interessa invece verificare come da questo kerigma primitivo siano nati i Vangeli.

Per esempio (il primo Vangelo è quello di Marco, l’ultimo di Giovanni), i Vangeli sono stati scritti come un’amplificazione, potremmo dire, di questo kerigma. La struttura di ogni Vangelo non fa altro che amplificare questo schema. Gesù di Nazareth è diventato la vita di Gesù grossomodo, il detto e il fatto, i dicta e i facta. Marco il primo evangelista fa cominciare la vita di Gesù dal battesimo. Quando aveva trent’anni, quando è stato battezzato da Giovanni Battista, poi nella sinagoga, e quando annuncia il Regno di Dio. “Crocifisso” diventano i racconti della passione, è una sezione piuttosto ampia, pensate che sono stati scritti e circolavano già nelle comunità prima che li scrivessero gli evangelisti, Marco stesso. Quindi è già materiale che era disponibile. Il terzo, “risorto”, sono i cosiddetti racconti cristofanici, Marco per esempio non ne aveva, poi è stato aggiunto un racconto cristofanico ed il Vangelo di Marco finiva con l’affermazione di fede del centurione; alla morte di Gesù, infatti, il centurione dice: ”Davvero quest’uomo era il figlio di Dio” con quel titolo cristologico “figlio di Dio”, un pagano, Marco scriveva alle comunità pagane diventate cristiane e vedete come è un’amplificazione del kerigma.
Marco per affermare appunto che il momento del riconoscimento della vera identità di Gesù è il morire di Gesù, utilizza un espediente letterario che si chiama “segreto messianico”: Gesù, in pratica, fa tacere chi lo riconosce prima della sua morte. Ad esempio, nel primo capitolo (1,24), quando Gesù allontana uno spirito maligno che tormentando quell’uomo, dice “Che vuoi da noi Gesù di Nazaret? Sei forse venuto a rovinarci? Io so chi sei: tu sei il santo mandato da Dio”. Ma Gesù gli ordinò severamente: “Taci ed esci da quest’uomo!”.

C’è stato un famoso esegeta che ha studiato tutto ciò ed è molto interessante, perchè ha fatto emergere la tesi redazionale a partire da questo espediente. Gesù quasi deve comprimere la sua vera identità perché non è il momento giusto in cui la si deve capire; la sua vera identità dovrà essere capita solamente quando morirà. Infatti, l’affermazione della fede esplicita “davvero quest’uomo è il figlio di Dio” e lì è il culmine del Vangelo. C’è anche la sezione, la Cesarea di Filippo quando Gesù annuncia Pietro che lo aveva affermato come figlio di Dio, annuncia a tutti che il Figlio dell’Uomo doveva soffrire molto, andare a Gerusalemme, essere messo in croce e morire. E Pietro dice “Questo non accadrà mai”. E Gesù dice: “Allontanati Satana perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. ”Dunque è chiaro il disegno redazionale; se pensate che gli altri evangelisti tranne forse Giovanni, hanno copiato da Marco largamente, questo piano rimane, ma gli altri evangelisti addirittura aggiungono altre chiavi di lettura, sempre in rapporto alla centralità del morire di Gesù. Per esempio Luca, scrive il Vangelo secondo un ipotetico itinerario di Gesù verso Gerusalemme, perché lì si compie il morire di Gesù. Clamoroso è il Vangelo di Giovanni che pone il morire di Gesù conia una categoria, l'ora, “Padre è giunta l’ora”; l’ora è il momento in cui Gesù rende lo spirito ed è il luogo della rivelazione di Dio agli uomini. La croce è il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo e in quel punto nasce per tutti la possibilità di riattivare questo rapporto corretto con Dio perché dal suo costato dove uscì sangue ed acqua, lì è uscita la Chiesa, da quel crocifisso, da quella relazione con il Padre che si istituisce nella croce di Gesù. Dunque la croce di Gesù non è tanto importante per motivi di tipo storico-giuridico perché ha ammazzato un uomo innocente ecc., (l’anno scorso qualcuno aveva chiesto come morì Gesù: morì condannato dal Sinedrio, condanna ratificata dal diritto romano, da Ponzio Pilato, che aveva lo Ius Gladi, per bestemmia, con deliberato consenso e piena avvertenza. Questo in modo che sia chiaro che non è stato ammazzato per un errore procedurale. I suoi corregionali lo hanno ucciso perché Gesù era visto come pericolo per la fede dei padri.

Dopo Giovanni, vediamo ad esempio Paolo, che istituì la Theologia Crucis, (famoso in ?I° Corinti? XXIII oppure Galati 6,14, II° Corinzi 4,10) in cui Paolo afferma che la croce di Gesù Cristo, scandalo per i Giudei, follia per i gentili, è potenza di Dio. L’inno di ?Filippesi II, che è sicuramente una lettera tra le più antiche di Paolo, (cioè primo scrittore cristiano è Paolo, Marco invece è il primo evangelista, ma prima di Marco hanno scritto altri, Paolo per primo). Al II° capitolo della ?Lettera ai Filippesi?, Paolo incorpora un inno che non ha scritto lui, lo ha copiato; era già un’interpretazione di Gesù, il famoso inno che tutti conoscete.

“Egli era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio.
Rinunziò a tutto: diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro.
Abbassò sé stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce.
Perciò Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande.
Perché in onore di Gesù, in cielo, in terra e sottoterra, ognuno pieghi le ginocchia, e per la gloria di Dio Padre, ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore.”

Quando dice: “Gesù Cristo pur essendo figlio di Dio”, c’è questo schema discendente e ascendente, “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso”. Questo spogliare sé stesso è quella che viene chiamata la kenosi, lo spogliamento di Dio che in Gesù si è fatto uomo. Il primo spogliamento non è quando è andato in croce, ma quando si è fatto uomo; “apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Che è la croce quindi è centrale perché rappresenta il momento culminante della kenosi di Dio, della spogliazione di Dio in Gesù Cristo. Già il venire uomo in mezzo agli uomini è la kenosi di Dio ma la croce rappresenta il momento culminante “apparso in forma umana spogliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, alla morte di croce.” Per questa sua obbedienza radicale alla spogliazione dell’essere fino in fondo umano, cioè l’obbedienza al suo essere uomo ed alla volontà di Dio, per questa sua radicale obbedienza, Dio lo ha esaltato”. Vedete Dio lo ha esaltato, la resurrezione come viene chiamata, Dio lo ha esaltato gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù Cristo ginocchio si pieghi nei cieli, in terra e sottoterra……e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è figlio di Dio, è un titolo cristologico.
Dunque questo inno è pre-paolino. Era un punto assolutamente decisivo anche perché risalendo ancora più indietro. Potremmo dire è corretta l’interpretazione che gli evangelisti e Paolo hanno dato della vicenda di Gesù? L’annunciatore che è diventato l’annunciato è un’operazione corretta? O un’operazione ideologica? E’ chiaro che andremmo incontro a problematiche molto complesse, non le affronteremo, però possiamo semplicemente dire che è corretto perchè Gesù stesso ha interpretato il suo morire come la nuova alleanza. Gesù nell’ultima cena, fatto storico, che era una Pasqua ebraica, prendendo una parte del rito che era molto più lunga, (immaginate cosa dovrebbe essere la messa se prendessimo tutto il rito ebraico, è già lunga così solo con il pane ed il vino, immaginarsi se c’era l’agnello, la composta, le erbe amare), prendendo il pane ed il vino ha connesso questi due elementi non più all’esodo dall’Egitto, ma alla sua morte, alla nuova alleanza; nel mio morire c’è la nuova alleanza, e tutte le volte che uno mangerà questo pane, farà memoria della mia morte e vivrà in questa dimensione in cui si stabilisce il rapporto corretto fra Dio e l’uomo. Dunque già Gesù interpreta in modo molto preciso anche dal punto di vista storico è un fatto che Gesù è andato volontariamente incontro alla morte, lo sapeva che lo ammazzavano. Ci sono libri interi che spiegano con quale consapevolezza Gesù è andato a morire…è stato un incidente, se lo aspettava o non se lo aspettava? Se lo aspettava e i discepoli non volevano, anzi hanno inteso questo morire come il fallimento tragico della sua vicenda messianica. Dunque Gesù ha intrapreso questa strada perché intravedeva la possibilità della fede totale a Dio. In quel punto c’era la perfetta epistrofe, la perfetta conversione, la perfetta coincidenza alla volontà di Dio. “Padre non la mia, ma la tua volontà sia fatta”. Ed è questo il punto di incomprensione radicale ed è testimoniato anche dai Vangeli e gli evangelisti hanno qualche imbarazzo ad ammetterlo, che su quel punto Gesù è stato tradito da tutti. Tutti si sono scandalizzati, la croce è scandalo, assolutamente scandalo.

Io abbandonerei questo versante che pure è interessante perché spero che sia chiaro che la croce almeno per i testi del nuovo testamento, la morte di Gesù è il punto assolutamente decisivo. Ma anche nelle vicende della Chiesa; essa si è istituita sempre facendo l’eucarestia, cioè la memoria del morire di Gesù. Tutte le volte che andiamo in Chiesa non facciamo che essere ricondotti dal rito a quel punto culminante della vita di Gesù.

Non veniamo portati ad altro, il mito costitutivo del Cristianesimo è ?prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, fate questo in memoria di me?. Mangiando questo pane noi diventiamo figli nel figlio e chiediamo al Padre di riconoscerci come hai conosciuto il figlio, in modo tale che in comunione con il figlio diventiamo parte integrante del mistero di Dio. Dunque siamo presi dentro al mistero di Dio, attraverso appunto il nesso con il morire di Gesù Cristo. Detto questo passiamo invece a connettere il morire di Gesù con il sacrificio di Isacco.
Cosa c’entra il sacrificio di Isacco con il morire di Gesù? C’entra eccome. Ho dato questo titolo: “Interpretazione sacrificale è interpretazione chenotica della croce”.
Cosa voglio dire? Pur supponendo, tutti i teologi, che la croce di Gesù è il punto decisivo dell’interpretazione di Gesù della sua vera identità, è chiaro che ci sono state accentuazioni diverse. Io voglio solamente mettere in luce due accentuazioni che stanno insieme, ma confliggono anche. Quali sono le due interpretazioni? Una la chiamo “interpretazione sacrificale” della morte di Gesù, l’altra la chiamo “interpretazione kenotica del morire di Gesù”. Cosa intendo per interpretazione sacrificale che pure c’è nel Nuovo Testamento anzi ha una parte rilevante. Gesù stesso quando dice “la mia morte è per voi”, quel “per voi” viene inteso in modo sacrificale. Cosa vuol dire sacrificale? Lo schema sarebbe questo: l’uomo ha peccato, quindi è lontano da Dio; nella morte di Gesù c’è stato il ricongiungimento tra l’uomo peccatore e Dio, Gesù dunque è la vittima che ha espiato il peccato del mondo; espiando il peccato del mondo, l’uomo ha ancora accesso a Dio. E’ uno schema sacrificale e soteriologico (per la salvezza dell’uomo). “Per noi” vuol dire per i nostri peccati, è morto per i nostri peccati. Questa interpretazione è quella prevalente del morire di Gesù nel Nuovo Testamento in modo che sia chiaro. Gesù stesso ha dato questa interpretazione del suo morire. Forse la frase più straordinaria di questo modello interpretativo della fede è quella che dice il sommo sacerdote: è meglio che muoia un uomo solo anziché tutto il popolo. E’ proprio lo schema del capro espiatorio e viene utilizzato l’Antico Testamento per spiegare questo schema. Che cosa viene utilizzato dell’Antico Testamento? Voi sapete l’episodio dei discepoli di Emmaus che se ne andavano via scorati da Gerusalemme perché Gesù era morto? Speravano che fosse lui il Messia e invece sono già passati tre giorni…… Sì alcune donne ci hanno detto che lo hanno visto vivo, ma come credere a delle donne…. Vedono sempre doppio specialmente quando è un uomo. Gesù si avvicina a loro e dice: “ stolti e tardi del cuore nell’intendere le Scritture. Non bisognava che il Messia soffrisse per poi risorgere?” Allora questi cominciano ad avere qualche aggiustatura, cioè i discepoli che erano scappati tutti di fronte al morire di Gesù perché sembrava lo scacco della sua vicenda messianica, cominciano a riflettere che già nell’Antico Testamento si parlava del Messia in termini espiatori. Allora soprattutto Isaia nei carmi del servo di Jahvé, presenta tutto Israele come il capro espiatorio per la salvezza di tutta l’umanità. Il Venerdì Santo nella prima lettura leggiamo un carme del Servo di Jahvé, su quest’uomo, che sarebbe poi una personalità corporativa, sarebbe tutto Israele, è caduto il peccato del mondo. Ha presentato il dorso ai flagellatori, la barba a coloro che gli strappavano, ha sopportato l’insulto e lo sputo, eppure ha retto tutto questo, si è caricato di tutti i nostri peccati. Questi Carmi del servo di Jahvè sono stati la struttura interpretativa di fondo della passione di Gesù. I racconti della passione di Gesù sono stati costruiti su quell’orizzonte ed anche gran parte dei Vangeli. Infatti Gesù quando dice: “Stolti e tardi di cuore nell’intendere. Non bisognava che il figlio dell’uomo soffrisse?” È dentro lo schema della sofferenza per i peccati di tutti gli uomini. Questa prima struttura è importante, ma non è l’unica. Non posso con voi fare delle cose troppo ampie altrimenti ci perderemmo. Ernest Kaesemann, grande esegeta, dice che non c’è solo questa struttura; lo cito perché così non sono io l’autorità di quello che dico, mi trincero dietro ad un grandissimo esegeta. Kaesemann sostiene: “Spesso l’idea della morte sacrificale viene accentuata in maniera eccessiva…”…..viceversa Paolo non ha mai designato in maniera sicura la morte di Gesù come sacrificio tanto più che questa è considerata correntemente come azione di Dio, e Dio non può offrire sacrificio a sé stesso.” Dice c’è anche un’altra interpretazione che non è sacrificale in cui Gesù sarebbe nato per i peccati del popolo. C’è anche una terza variante a partire dalla morte di Cristo la comunità si trova in quella libertà che nasce dall’amore di Dio. E’ quello che io ho chiamato lo schema “kenotico”. Cosa voglio dire? E’ per esempio tutto il Vangelo di Giovanni, ma anche Paolo che appoggia tutte queste tesi: Gesù non è solo morto come vittima espiatoria dei peccati dell’uomo. Certamente Gesù è anche morto per i peccati dell’uomo, però la morte di Gesù dice innanzitutto il rapporto corretto dell’uomo con Dio. Sembra una sottigliezza di poco conto, ma potremmo ragionare per paradosso, per capirci: mettiamo il caso che non ci fosse il peccato dell'uomo, allora il figlio di Dio non si sarebbe incarnato, cioè l'incarnazione di Dio e la sua morte se è solo funzionale al peccato dell'uomo per salvare l’uomo dal peccato, suppone che se non ci fosse stato il peccato dell’uomo non ci sarebbe stata l’incarnazione, e la morte di Dio in Gesù Cristo? Se dicessimo questo, vorrebbe dire che in qualche modo la struttura trinitaria della fede non è Dio in sé stesso, ma è Dio di fronte al peccato dell’uomo, quindi il peccato dell’uomo strutturerebbe Dio in modo trinitario. Vuol dire che la Trinità in sé stessa, immanente, non ci sarebbe se non ci fosse il peccato dell’uomo. Questo è un paradosso che è difficile da sostenere perché darebbe un valore straordinario al peccato. E’ vero che nella notte di Pasqua diciamo nella liturgia, ed è una cosa quasi unica, Felix culpa, felice colpa che ha meritato un così grande redentore, ma enfatizzerebbe a tal punto il peccato che meno male che c’è stato questo peccato altrimenti non ci sarebbe stato il Redentore. Allora questo diventa un po’ paradossale. Il peccato è importante, ma bisogna andare al punto decisivo della strutturazione trinitaria, in cui l’uomo è di fronte a Dio; la morte di Gesù è dentro questo gioco del rapporto dell’uomo con Dio, allora la morte di Gesù è anche una morte espiatoria, di carne, sacrificale, perché l’uomo si era allontanato da Dio. Ma innanzitutto la morte dice il rapporto corretto dell’uomo con Dio, anche se paradossalmente non ci fosse il peccato dell’uomo. E’ sommamente ingiusto che io contrapponga questi schemi perché per esempio Gesù quando nell’ultima cena dice “Questo è il mio corpo dato per voi “ (sarebbe lo schema sacrificale)” e per la nuova alleanza”, i due paradigmi sono insieme. Ma se li separo è per far capire che c’è un livello straordinariamente importante che noi molte volte saltiamo perché ci fermiamo semplicemente a quello schema funzionale soteriologico in cui Gesù muore per i nostri peccati e non riusciamo a cogliere il nesso più radicale della fede che è il rapporto dell’uomo con Dio. Questa è la cosa che ci mette più in crisi perché finché annunciamo un Dio che ci salva nel nostro peccato abbiamo sempre buon gioco ad opprimere la coscienza morale degli uomini in modo tale che si facciano salvare da un Dio che viene come salvatore del mondo. E invece poi smarriamo completamente quel gioco in cui la fede è sempre tentata di fronte a Dio e questo è esattamente quel punto della nuova alleanza in cui nella morte di Gesù l’uomo sta di fronte a Dio in un modo che per noi è intollerabile; qui avviene il paradigma e l’esemplarità tipologica del sacrificio di Isacco, ci viene in soccorso, ci aiuta. Un altro grande esegeta è Gerard von Rad, esegeta teologo più importante del ‘900, in un libro intitolato “Il sacrificio di Abramo” sostiene esattamente che nel sacrificio di Isacco esiste un nesso inscindibile con la morte di Gesù. Sentite cosa dice: “Si potrebbe parlare di una situazione veterotestamentaria simile a quella del Golgota del morire di Gesù”. Dunque il sacrificio di Isacco e la morte di Gesù sarebbero uno stesso paradigma teologico di interpretazione della fede. Dove si trova questo nesso intimo di interpretazione della fede ? Potremmo lasciarci guidare ancora da von Rad
Il punto è questo: nel sacrificio di Isacco succede un fatto assolutamente clamoroso nell’ autocomprensione della fede che avevano gli Israeliti: essa corre su un paradigma di promessa – adempimento. Proviamo ad esaminare la figura di Abramo, ?il padre della fede? come dice anche Paolo al numero 4 della ?Lettera ai Romani?: Abramo viene chiamato da Dio ad abbandonare la sua terra per andare verso una terra che il Signore gli avrebbe indicato. Dunque questo modello corre fra la promessa di Dio, ?Esci dalla tua terra e io ti darò una terra nuova ed una posterità numerosa come le stelle del cielo, come la sabbia sulla riva del mare?. Abramo è l’uomo che si fida di questa promessa e parte, finchè non ottiene da Dio una terra (di Canahan, già abitata dai Cananei) ed ottiene una discendenza. Entrambe le due cose sono abbastanza improbabili perché la terra non era la loro, tant’è vero che ancora adesso gli arabi lo dicono e per quanto riguarda la nascita di un figlio era impossibile in quanto la moglie era vecchia e sterile. E Abramo ottiene in modo miracoloso sia la terra sia il figlio. Per come ottiene il figlio c’è questo episodio: ?Qualche tempo dopo Dio mise alla prova Abramo e lo chiamò ?Abramo!? Egli rispose: ?Eccomi?. Dio gli disse: ?Prendi il tuo figlio Isacco, il tuo unico figlio, che tu ami molto, e và nel territorio di Moria. Là su un monte che io ti indicherò, lo offrirai a me in sacrificio.?

Notate che quel monte è diventato di una sacralità che deborda da tutte le parti perché quel monte è la spianata del tempio di Gerusalemme, dove gli Arabi hanno costruito, sul tempio di Gerusalemme, la moschea di Omar. Ci sono tre religioni che si contendono quel luogo. “Abramo si alzò di mattina per tempo, sellò l’asino, prese con sé due servitori, suo figlio Isacco, spacco la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzando gli occhi vide da lontano quel luogo e allora Abramo disse ai due servitori “Fermatevi qui con l’asino. Io e il ragazzo dobbiamo andare fin lassù, faremo adorazione e poi ritorneremo da voi. Abramo prese la legna per l’olocausto e la caricò su Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco, il coltello e tutt’e due proseguirono insieme. Isacco si rivolse a suo padre e disse “ Padre mio, ecco il fuoco e la legna. Ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” Rispose Abramo “Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto figlio mio” e proseguirono tutt’e due insieme. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato. Là Abramo costruì l’altare, vi depose la legna, vi legò Isacco suo figlio e lo depose sull’altare sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. ma un angelo di Jahvé lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!” Rispose “Eccomi” L’angelo disse “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male. Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico. Allora Abramo alzò gli occhi e vide che c’era un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto al posto del figlio. Abramo chiamò quel luogo “Jahvé provvede”. Perciò oggi si dice “Sul monte Jahvé provvede”. Poi l’angelo di Jahvé chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: “Giuro per me stesso oracolo di Jahvé tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico io ti benedirò con ogni benedizione e moltiplicherò assai la tua discendenza come le stelle del cielo, come la sabbia che è sulla spiaggia del mare, la tua discendenza si impadronirà della porta dei tuoi nemici, saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra in premio del fatto che tu hai obbedito alla mia voce.” Poi Abramo tornò dai suoi servitori e insieme si misero in cammino verso Bersabea. Abramo abitò Bersabea”. Questo è uno degli episodi della Bibbia più straordinari e scandalosi. Se ne sono occupati anche eminenti filosofi anche incompresi come Kirekegaard: avevano intuito che lì c’era qualcosa di assolutamente straordinario. Quando von Rad scrive questo testo dice anche lui che c’è qualcosa di assolutamente straordinario. Non basta solo l’interpretazione che era Dio che voleva mettere alla prova Abramo, che sarebbe un luogo classico dell’interpretazione del episodio biblico; Dio vuole tentare Abramo per vedere se davvero è fedele. Un’interpretazione troppo debole. “La tentazione di Abramo superava di gran lunga tutto quello che si poteva altre volte intendere in Israele per tentazione o prova”.
Questo è il punto assolutamente scandaloso e intenibile: è come se nella struttura della fede ci fosse un Dio che si annuncia all’uomo e dice ?Guarda io sono il tuo Dio e ti voglio bene; per dimostrartelo ti darò tutto questo, se tu aderirai alla mia promessa. Un uomo può dire che va bene, che si fida, e la fiducia diventa compimento. Come il compimento si è realizzato, ecco che Dio si rimangia il compimento, che diventa folle perché a quel punto Dio non avrebbe più nessuna logica. La ragione che ha fatto aderire l’uomo alla proposta di Dio, diventa la controragione della sua fede. Non so se si riesce a cogliere questo nesso assolutamente paradossale. Ecco perché connessa alla fede e a questo tipo di fede c’è la tentazione più assoluta. Nessuno regge a questo tipo di prova.

“Con l’ordine di sacrificare Isacco non doveva forse crollare davanti ad Abramo tutto il passato e tutto il futuro dell’azione della guida divina? Per questa contraddizione (per cui Dio si rimangia clamorosamente la parola che giustificava le sue promesse, quindi giustificava la fede di Abramo), la sua fede doveva precipitare in una confusione addirittura mortale. Non doveva forse Dio essergli divenuto improvvisamente inattendibile, totalmente inattendibile? “ Isacco era per Abramo la garanzia che Dio manteneva le promesse per lui e per tutti i suoi. Se Abramo quando fu chiamato e partì, si era separato dal suo passato, dal suo paese, quella terra di Ur dei Caldei, ora doveva sacrificare a Dio tutto il suo futuro, cioè doveva sacrificare la ragione che giustificava l’adesione a una promessa.” Cioè se tu credi in Dio perché hai fiducia in lui non è possibile che ti venga incontro un Dio che mina lui stesso la fiducia che tu gli hai dato. Non so se riuscite a cogliere questo nesso che è uno dei più difficili in assoluto della fede cristiana ed anche ebraica che poi è stata sdilinquita in 1000 altri modelli, per tentare di non stare su questo filo del rasoio in cui tu puoi, con un atto di libertà, dare adesione a un Dio che si sottrae, che viene meno, che non ti dà nessuna garanzia e ti mette in una situazione di confusione totale, dove l’incredulità e la fede quasi sono due oscillazioni che continuamente si rincorrono. E non puoi mai dire che hai la fede. Come non puoi mai dire totalmente di un’incredulità perché sei messo in una condizione in cui da una parte senti la presenza di Dio, dall’ altra quel Dio di cui hai avuto il presentimento si sottrae continuamente e ti diventa quasi assurdo.
?L’ultima richiesta, quella del sacrificio di Isacco, superava di molto la prima,? cioè di andare via dal suo paese, ?poiché ora Dio si contraddiceva in modo insopportabile?. Questo è il punto in cui l’episodio di Isacco si lega con la morte di Gesù.
“Il luogo dove Dio aveva condotto Abramo era quello dell’abbandono da parte di Dio”. Questo è il modo singolarissimo nuovo ed è il modello che ha usato Gesù del porsi dell’uomo davanti a Dio. Qual è la modalità dell’uomo di porsi di fronte a Dio? E’ l’immagine di un uomo che è obbediente anche se Dio lo abbandona. Non il Dio tappabuchi, come direbbe Bonhoeffer, ricordate, ma lo stare di fronte a Dio che non è rassicurante, che si sottrae. Qui cade io dico, l’ultima maschera di Dio che non è più avvinghiato alle pretese dell’uomo. Qui Dio può essere Dio, è diverso dall’uomo e qui per l’uomo è possibile l’atto di fede che è atto di libertà, perchè nel morire di Gesù viene radicalizzato totalmente questo modello dell’uomo che è di fronte a un Dio che nel momento in cui si rivela si sottrae, nel momento in cui ti dice io sarò il tuo Dio, io voglio stabilire con te un’alleanza, io sono la tua vita, la tua verità, la tua via, in quel momento un Dio che Gesù ha percepito come padre, come totale provvidenza dell’uomo, è quel Dio che nel momento del morire lo abbandona. Questo modello, che ho chiamato “kenotico”, non mette in primo piano il peccato dell’uomo, che pure è un elemento importante, mette in primo piano il gioco dell’uomo con Dio. Anzi addirittura la problematica del peccato dell’uomo è una problematica derivata da questo, l’uomo è peccatore esattamente perché cede alla tentazione di un Dio che è insopportabile, che non si può reggere, perchè non è un Dio conforme alle mie attese al punto tale che Dio contraddice anche la sua stessa promessa. E’ questo il punto di rottura formidabile dove si annuncia un Dio che è totalmente diverso dall’uomo. Finalmente Dio getta l’ultima maschera di essere dipendente dell’uomo e può annunciarsi come “altro” rispetto all’uomo. E in questa alterità di Dio che l’uomo sente come distanza e sente psicologicamente quasi come abbandono, in questo gioco di comunione e di alterità in cui Dio ti è vicino ma lontanissimo, tu puoi emettere quell’atto di libertà perché è l’atto esposto totalmente arrischiato che è l’atto di fede, che non sarebbe atto di libertà se fosse garantito dall’adempimento di Dio, sarebbe un’adesione che io do, ma garantita, che non sarebbe atto di libertà perché non ha rischi, non può esporsi sull’alterità di Dio.
Dunque in questo paradigma di Gesù e del sacrificio di Isacco c’è come il momento più decisivo e più alto della considerazione religiosa del rapporto dell’uomo con Dio. Tutti gli altri paradigmi, della fede anche, tutti i modelli religiosi, non possono reggere tant’è che nel Nuovo Testamento, c’erano almeno due modelli fondamentali che si sono contrapposti: uno è quello della fede abramitica e l’altro della fede mosaica. Quest’ultima introduce già un elemento molto diverso rispetto a questo modello perché quell’uomo non è esposto al silenzio di Dio, a un Dio che si sottrae e che sembra giocare contro sé stesso, mai manipolabile, che non puoi ai prevedere, di cui non puoi mai sapere l’esito della tua avventura con lui, ma nel modello mosaico l’uomo si garantisce di più nei confronti di Dio perché nell’obbedienza alla legge l’uomo ha il criterio e la certezza che è dalla parte di Dio. Gesù apparendo in mezzo ai suoi, mette in crisi questo modello. Dice che questo modello mi garantisce di fronte a Dio ma aderendo a questo modello in cui voi vi sentite garantiti basta obbedire ai comandamenti, eliminate l’uomo e Dio. Perché non lo lasciate esistere nella sua alterità. Voi lo avete catturato dentro ai vostri bisogni Dio è diventato un marchingegno del vostro sistema clericale. Lo avete eliminato. E poi in nome di Dio opprimete anche gli uomini perché attribuite a Dio quello che non è di Dio oppure che è di Dio ma Dio ve lo ha dato non per opprimere gli uomini, altrimenti non lapidereste questa donna. Gesù poi è stato ammazzato esattamente perché proponendo la fede di Abramo in modo esasperato, diventava una minaccia per quella interpretazione più rassicurante. Quando c’è la lotta decisiva del capitolo otto di Giovanni, quando dicono a Gesù che loro sono figli di Abramo tu sei figlio di buona donna, perché noi abbiamo la garanzia della legge, tu chi credi di essere? Dopo quella furibonda lotta sull’interpretazione di chi è Dio, quando riescono a mettere le mani su Gesù lo ammazzano come bestemmiatore perché ha radicalizzato in fondo la fede abramitica e se volete l’ha radicalizzata ancora di più perché nel modello abramitico del sacrificio di Isacco il punto culminante, il sacrificio di Isacco rispetto anche al modello abramitico di un uomo che sulla promessa del Signore si muove ma si muove anche in rapporto a un compimento che Dio aveva promesso, lì è il punto più avanzato perché Dio va contro alla sua promessa, chiede il figlio, che era il figlio della promessa, ma poi alla fine interviene quasi un deus ex-machina che scioglie la tensione, come dire che Dio ti porta fino all’estremo punto dove si esplode, ma poi alla fine ti ferma il braccio, e fa apparire ancora Dio come un Dio sopportabile. Ma Gesù Cristo muore davvero. Cioè il silenzio di Dio è totale. Non c’è quella parola “Abramo! Abramo!” C’è solo la parola di Gesù “Dio mio perché mi hai abbandonato nelle tue mani affido il mio spirito che poi Giovanni dice: “diventa Gesù che si restituisce a Dio nell’atto del morire, in una atto di totale libertà aderisce a Dio e rende lo spirito”. Questo è il punto più drammatico della fede cristiana, in modo tale che non è sostenibile, sebbene la prima generazione cristiana abbia capito questo punto, che è l’origine della sua fede, cioè quello che è diventato il Vangelo della croce e per questo poi la croce diventa il luogo dell’epifania di Dio, croce della gloria, del risorto, nella croce di Gesù si mostra Dio all’uomo e l’uomo può affacciarsi nei confronti di Dio. E dicevo che è esattamente qui che cade la maschera dell’ultimo Dio che è ancora un sottosistema dei bisogni dell’uomo e finalmente l’uomo può porsi di fronte a Dio nell’atto di fede radicale. Non è più una fede o un cristianesimo o una qualsiasi altra religione che usa Dio per venire incontro ai propri bisogni, perché Dio si sottrae totalmente e non dai più un’adesione garantita a qualcuno che ti fa una promessa che manterrà perché non c’è nessuna garanzia, è un salto senza rete, è morire senza rete di fronte a Dio. Io terminerei qui per lasciarvi un po’ di spazio, leggendo alcune intuizioni che ha avuto Simone Vail, scrittrice straordinaria che non si è fatta cristiana pur rivendicando di essere cristiana finchè la Chiesa non le avesse dato risposta su alcuni punti come questo per esempio. Vi leggo alcune frasi collegandomi ad un altro fatto da cui ho preso il titolo “Isacco fu salvato perché Gesù no” che sono apparsi su Panorama, due editoriali al fondo del giornale che fa Soffri, però ha posto un problema interessante. In tutti e due gli articoli dice che lui non può sopportare un Dio che mette alla prova e secondo l’espiazione che diventa sofferenza, magari ingiusta io mi rifiuto. Vedete come alla fine il morire di Gesù venga sempre interpretato anche da uno spirito laico sempre nel paradigma della messa alla prova oppure nel paradigma della vittima sacrificale. Non appare mai il paradigma della fede dell’uomo esposto di fronte a un Dio che tace, che si sottrae e invece lo intuì 50 anni fa Simone Weil. ”Chi sopporta per un attimo il vuoto riceve il pane soprannaturale oppure cade. Amare la verità significa sopportare il vuoto, accettare la morte. Nel crocifisso Dio non esercita la sua onnipotenza. Se la esercitasse non esisteremmo ne noi ne niente. Il Dio crocifisso è il Dio della finitezza. In morte ci avverte che non siamo dei. Accettare la morte è il distacco totale. Spiegare la sofferenza vuol dire consolarla. Essa non deve essere spiegata. Dio non ha potuto creare che nascondendosi altrimenti non ci sarebbe che Lui. Il verbo incarnato è il silenzio di Dio. Il Cristo che guarisce gli infermi è la parte umana più bassa della sua missione. La parte soprannaturale è il sudore di sangue, il desiderio insoddisfatto di trovare consolazione, il sentimento di essere abbandonato da Dio questo è la prova autentica che il cristianesimo è qualcosa di divino”.
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