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I nuovi preti tra sciamanesimo e sacerdozio comune

I NUOVI PRETI TRA SCIAMANISMO E SACERDOZIO COMUNE.

L'argomento della prossima assemblea generale del Sinodo programmata dal 30/9 al 28/10 è "La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali". Si ha la sensazione che la formazione dei sacerdoti sia una questione di vitale importanza, dalla cui soluzione dipende in gran parte l'avvenire della Chiesa stessa, come ha indicato il Papa nel gennaio scorso: "Spetterà al Sinodo tentare questo discernimento e dare le indicazioni opportune sulla formazione sacerdotale, affinché anche nel terzo millennio la Chiesa possa offrire al mondo il suo messaggio mediante sacerdoti ardenti e adatti al loro tempo". C'è dunque un problema di discernimento e di adattamento anche perché nessuno può più nascondersi dietro la grave crisi in corso.


Nel servizio speciale del terzo numero di "Concilium" di quest'anno David Power pone delle interessanti questioni sulla situazione dei presbiteri. Secondo l'autore nella Chiesa cattolica romana sarebbe in atto non una crisi spirituale ma istituzionale. Non manca infatti la sollecitudine per il ministero e il servizio, ma c'è una riserva verso il ministero ordinato. Così troviamo paradossalmente le comunità attrezzate di ogni forma di ministerialità laicale ma carenti di preti. La ragione starebbe nel persistere del modello tridentino non a livello di affermazioni di principio ma nella formazione dei nuovi preti. "Mentre le autorità della chiesa ripetutamente sollevano la questione di ciò che è necessario alla preparazione dei preti che siano capaci di rispondere ai problemi attuali, in generale esse hanno mantenuto una disciplina conservatrice del ruolo del prete". Al di là delle schematizzazioni semplicistiche crediamo che qui ci sia un importante nodo da sciogliere che in qualche modo giustifica le attuali difficoltà.
L'ecclesiologia del Vaticano II ha ricuperato il valore teologico del sacerdozio comune dei fedeli, eliminando con un colpo di spugna la sacerdotalizzazione del presbiterato. Il prete non è più l'uomo del sacro, che ha un rapporto privilegiato con Dio per la sua posizione secondo lo schema gerarcologico dei gradi discendenti d'autorità dal Papa fino ai laici, ma è stato ricollocato all'interno del sacerdozio del Popolo di Dio. Se l'operazione si è rivelata una benedizione per il recupero della corresponsabilità ecclesiale, d'altra parte ha gettato molto scompiglio nell'identità del prete.

L'immagine tradizionale, soprattutto come è stata codificata dal Concilio di Trento si può configurare come una figura "sciamanica". In effetti l'accostamento è un po' azzardato in quanto lo sciamanismo in senso stretto è un fenomeno religioso limitato all'area siberiana e centro-asiatica, ma che per analogia può essere esteso a molte altre realtà. Lo sciamano è un po' lo specialista del Sacro perché possiede le tecniche per comunicare con esso. Per acquistare questi poteri lo sciamano si sottopone a prove iniziatiche molto dure. Il risultato finale è che si stabilisce un equilibrio psicologico tra la perdita delle normali facoltà, che ne fanno un essere strano ed emarginato, e l'acquisizione di nuovi poteri, che ne fanno un essere eccezionale. Lo scopo dell'iniziazione sciamanica, secondo M.Eliade, consiste nel "far dimenticare la vita passata. Questa è la ragione percui in alcuni casi il candidato, tornato al villaggio dopo l'iniziazione, fa le viste di aver perduto la memoria e gli si deve insegnare nuovamente a camminare, a mangiare, a vestirsi. In genere i neofiti imparano una lingua nuova e portano un nome nuovo". Chi non trova qualche allusione al seminarista in vacanza di qualche decennio fa quando erano impedite cose prima familiari come andare in bicicletta o in moto, fare lavori servili, accostare le ragazze, vestire in borghese, frequentare le vecchie compagnie per il tempo libero, rientrare tardi, fare il bagno in luoghi pubblici, ecc.

Queste misure restrittive non erano solo un tributo ai tempi, rispecchiavano in profondità la strategia iniziatica di portare alcuni individui eletti ad una nuova identità non più secolare, ma clericale appunto. Il progetto era tanto più coerente se si considerano gli altri pilastri della formazione di stampo tridentino, che aveva nella separazione dal mondo consueto della comunità parrocchiale e nella "segregazione" in Seminario la sua caratteristica principale. La vita di pietà tutta orientata al sacrificio e alla rinuncia, la disciplina austera, lo studio apologetico e parziale dei dati storici (era addirittura vietata la lettura integrale della Bibbia, nonché dei Promessi sposi), la prevaricazione degli strumenti di controllo sui diritti elementari della persona (rinchiusi nelle camere all'ora del riposo, interruzione della corrente elettrica ad una cert'ora), l'inibizione dei rapporti affettivi con i familiari (era vietata la visita dei parenti al di fuori delle occasioni stabilite), proibizione di giocare a calcio in pantaloncini corti, tutti questi aspetti concorrevano a trasformare lentamente la personalità creativa in personalità subalterna. Le tre promesse di povertà, castità e obbedienza in occasione della consacrazione diaconale prima, presbiterale dopo, favorivano una psicologia inibita per quanto riguarda l'umanità comune, ma enormemente potenziata nella nuova veste di tutrice e garante del Sacro. L'equilibrio della persona compromesso dalla rinuncia ai propri istinti e dalla sottomissione ai superiori, veniva reintegrato con una specie di meccanismo di ricompensa in termini di immagine e di prestigio sui laici. Il vescovo Mons. Malchiodi poteva dire ad un curato di prima nomina: "Tu di fronte al parroco non sei nulla"; ma questo era logico e non portava alla costernazione perché il curato a sua volta aveva una contropartita sapendo di essere al di sopra di tutti i laici della parrocchia.

La ripercussione pastorale era conseguente all'impostazione educativa. Il prete emarginato dal mondo era l'ago della bilancia a livello religioso. Tutto passava attraverso di lui. Se da una parte era isolato nella canonica, dall'altro era riverito in pubblico come l'uomo diverso, garante del Sacro. La sua presenza era sempre avvertita come un po' pericolosa e anche le persone anticlericali che lo dileggiavano erano molto prudenti in sua presenza. La sua riconosciuta familiarità con le cose sacre caricava questa figura di un enorme prestigio. Il prete rappresentava agli occhi della gente l'autorità suprema e il sicuro punto di riferimento.

La rivoluzione ecclesiologica del Vaticano II ha riequilibrato la vocazione del presbitero all'interno dell'universale vocazione alla santità di tutto il Popolo di Dio, ma non ha saputo, a detta di molti, configurareprecisamente la sua nuova identità. L'ambiguità di fondo concerne la discrepanza tra l'interpretazione del suo ruolo nella comunità, che dal punto di vista psicologico è ormai "inter pares" coi laici, e la sua formazione, che permane di tipo sciamanico. In questa luce la prima e decisiva linea formativa tracciata dal Codice di diritto canonica per l'itinerario di iniziazione al presbiterato detta: "I giovani che intendono accedere al sacerdozio siano formati ad una vita spirituale ad esso confacente" (c.235 par.1). L'educazione ad una vita di fede adeguata alla realtà del sacerdozio propone degli strumenti pedagogici che inclinano a sottolineare la differenza rispetto al sacerdozio comune. Anche la fondamentale conformazione a Cristo, che dovrebbe riguardare tutti i battezzati, acquista un carattere peculiare se l'ordinazione trasforma questa conformazione dal piano psicologico ed esistenziale al piano ontologico (cfr. c.244). Che cosa significa la "differenza di grado" del sacerdozio ordinato rispetto al sacerdozio comune? Allude forse ad una via privilegiata a Dio? Ma allora siamo in pieno sciamanismo. Inoltre l'accento sulla disciplina (c.243) per "allenare alla rinuncia alla propria volontà e all'obbedienza" (SINODO DEI VESCOVI, La formazione..., n.27b) appoggia un ideale ascetico, che va oltre l'ascesi come virtù cristiana e tende a forgiare una personalità diversa. D.Power sottolinea con lucidità: "Mentre è chiesto molto di più ai preti per quanto riguarda il lavoro con i laici, viene ripetutamente messa in risalto la distinzione tra preti e battezzati, che va nella direzione opposta e alimenta tensioni spirituali e psicologiche nella vita dei preti. Il capitolo II della "Christifideles laici" di Giovanni Paolo II è un forte invito a un ministero aperto alla collaborazione e centrato sulla comunità, e tuttavia continua a promuovere l'immagine tridentina del prete".
In questo quadro credo si possa analizzare la crisi odierna del presbiterato. Di fronte all'ambiguità di immagini proposte c'è chi si domanda se non può fare lo stesso servizio ecclesiale in uno stato di vita normale senza i traumi della formazione sacerdotale.

Personalmente non sono convinto che i problemi sarebbero appianati se si rinunciasse alla visione tridentina o "sciamanica" del presbiterato. Resto dell'avviso che la sacerdotalizzazione del presbiterato sia un errore teologico quando svilisce il comune sacerdozio dei fedeli, ma è ben difficile rinunciare alla dimensione del prete come "persona sacra" per ragioni antropologiche, legate alla mediazione-persona del Sacro anche cristiano. Certamente in questa prospettiva la figura del presbitero si avvicinerebbe molto di più alla figura del "religioso" di vita consacrata. Non dimentichiamo che storicamente la sacerdotalizzazione del presbiterato ha assunto molte valenze monastiche, come ad esempio nella riforma gregoriana. Non ci stupisce quindi che i preti nuovi tendano a privilegiare un certo "spiritualismo". Probabilmente è la reazione istintiva ad una formazione che privilegia la dimensione religiosa rispetto a quella sociologica, mantenendo una coerenza di personalità che limita le caratteristiche turbe psicologiche del mondo ecclesiastico. In ogni caso mi pare che andrebbe affrontato con coerenza questo nodo problematico per evitare dolorose schizofrenie tra una formazione sciamanica e un ministero presbiterale non più sacerdotalizzato.

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