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L'ASTRATTO E IL CONCRETO, OVVERO IL RISO DELLA DONNA TRACIA.
E' frequente imbattersi negli organismi di corresponsabilità ecclesiale ad un atteggiamento mentale che invoca concretezza, contro ogni forma di autocompiacimento teorico, che rischia di rimanere solo sul piano dei principi. L'espressione fatidica: "veniamo al concreto" segnala una legittima preoccupazione di aderenza alla realtà, ma può denunciare anche un meccanismo pastorale perverso. Tentiamo di spiegarci con una metafora narrata da Socrate nel Teeteto di Platone. "Si racconta di Talete, il quale mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi rivolti in alto, cadde in un pozzo; e allora una servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggiò dicendogli che le cose del cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che aveva davanti e tra i piedi non le vedeva affatto". Questa simpatica servetta, sembra aver colto più in profondità del filosofo ciò che conta nella vita. Il suo motteggio mette in vergogna il saggio e decisamente strappa l'approvazione generale come un invito al realismo e a guardare in faccia i problemi concreti senza nascondersi dietro sterili elucubrazioni. La metafora tuttavia può utilmente orientare verso una differente versione, che al diritto della donna Tracia di ridere e di appellarsi al suo realismo associa il diritto del presunto distratto a rinunciare al successo e all'approvazione di tutti i generi di realismo e a sottrarsi all'invadenza della vita ordinaria.
La frustrazione di fronte all'impermeabilità del mondo moderno ad accogliere il tipico metodo della formazione scolastica, di partire dai principi evangelici per applicarli ai casi della vita può spiegare la definitiva rottura con questo paradigma pastorale. Ormai più nessuno si illude che l'importante è tenere la posizione di fronte ai crolli patiti dalla mentalità secolarizzata; si è fatto strada il principio riformistico della mediazione per cui il buon seme deve convivere e fare i conti con la zizzania.
Il pericolo in questo legittimo sviluppo è di eccedere, mettendo il buon vino in otri vecchi e rifiutando del tutto il radicalismo cristiano, in nome di un non ben precisato tributo ai tempi. Guardare dove mettere i piedi in una logica di piccolo cabotaggio, che si premura di sopravvivere in un ambiente ostile, può apparire un esercizio meritorio, forse realistico, ma complessivamente poco evangelico. La missione ecclesiale nel mondo non si risolve infatti in una strategia di sopravvivenza, ma rappresenta una sfida che non teme di provocare la logica dominante. A rischio di sparire, secondo i parametri del mondo,i cristiani devono continuamente far memoria del Vangelo della Grazia che ci ha guadagnato il Crocifisso Gesù. Il cristiano deve sopportare dunque una certa estraneità: è nel mondo ma non è del mondo; le sue evidenze non hanno il conforto della "prova dei fatti". Accettare una logica che lega la fede alla resistenza ottica dei fatti concreti, rischia di non lasciare più spazio all'indeducibilità e alla novità della Grazia. Per questi motivi non possiamo non guardare con grande preoccupazione alcuni segnali provenienti dal mondo cattolico, come ad esempio nel recente Meeting di Comunione e Liberazione (Rimini 1989), dove si è fatta strada la tesi che la verità della fede si decide nella prassi delle buone opere. Il superamento dell'intellettualismo religioso in nome dell'azione, tradotto nell'aforisma che capeggiava in Piazza della maieutica a Rimini "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità", rischia di introdurre un'improbabile evidenza della carne nel paradosso della fede. Questo realismo rincorre lo spirito volgare della servetta tracia, anziché sentirsi incatenato all'inevidenza della promessa del Signore che deve ancora compiersi definitivamente. C'è un pericoloso sincretismo in atto anche in pastorale, che si nasconde sotto le vestigia di un falso realismo, drastico sui principi morali, integrista nelle soluzioni politiche, ma alla fine permissivo nelle questioni di fede. C'è quasi una velata complicità nel ridurre il religioso a buon senso, per cui si è disposti a molti compromessi che colpiscono al cuore il paradosso della fede. Il nostro realismo pastorale spesso non ha nulla da invidiare a quello della servetta che osserva le cose della terra, mentre dovremmo scrutare il Cielo, rivolgendoci verso "il desiderio che ci fa verticali".
La Liturgia, che quest'anno ispira il piano pastorale nella fase conclusiva del Sinodo, non garantisce direttamente alcuna efficacia storica e sembra appoggiare una certa "astrattezza" del Cristianesimo, che lo renderebbe marginale. In effetti la Liturgia "non mira immediatamente a cambiare la storia, ma i cuori"; essa "porta fuori dalla storia perché va alle radici", cioè al Mistero pasquale. La Liturgia, con la sua tipica destrutturazione della realtà operata dal linguaggio rituale, rappresenta il sepolcro in cui si infrangono le ragioni della carne e si impongono le evidenze della fede. Per questo diciamo provocatoriamente che la Liturgia è "astratta", o meglio dovremmo dire che è concreta, ma della concretezza della Croce, che non nulla da spartire con il realismo spicciolo della donna tracia e delle nostre soluzioni di basso profilo in pastorale. |